Arte concettuale. Non è uno specchietto per le allodole, né un’etichetta sotto cui incasellare installazioni di oggetti e quant’altro. No, niente di tutto questo. E’ un lavoro talvolta irriverente, ma più spesso serio, scrupoloso, che mira alle basi della nostro pensiero, delle nostre interpretazioni, delle nostre manie di ordinare/classificare il mondo, e della nostra stessa idea di arte.
Le opere di Nicola Toffolini (Udine, 1975) puntano proprio a questo: creare uno spiazzamento, una tensione tra l’elemento naturale e le infinite possibilità tecnologiche che il mondo offre. Ecco quindi la necessità di un microcosmo in vitro in cui i vegetali possono sopravvivere alimentati da sofisticati apparati in grado di fornire acqua, luce, nutrimento e provvedono perfino allo sfalcio. La ciclicità della vita è sottratta alla natura e riproposta in un ritaglio di mondo, artificiale, migliore di tutti quelli possibili, e non certo per fiducia nelle magnifiche sorti e progressive.
E’, per esempio, il caso di Giù la testa vs su la testa, contenitore in acciaio in cui cresce il
In mostra, oltre ad Alta tensione (installazione di un’edera sospesa tra i fili rossi di kevlar intrecciati), le Moleskine in cui vi sono i progetti delle opere corredati da disegni, sezioni, indicazioni botaniche, didascalie e particolari tecnici.
Ed è paradossale il ricorso estremo alla scienza per far vegetare le piante o far nascere l’erba. Difficile infatti vedere in questi lavori delle semplici installazioni poiché, pur nell’interazione con il fruitore caratteristica di ogni apparato, abbisognano delle cure minime di qualsiasi essere vivente. Ogni opera, passata l’istintiva sorpresa da wunderkammer, si dimostra invece una riflessione ardita sulla natura dell’arte: non più l’estetica della forma finita e della bellezza bensì work in progress che insegue un’idea, un pensiero, un progetto. Non più limitato classicamente dentro i confini di una cornice.
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daniele capra
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