Quando Santiago Ydáñez decise di dipingere il suo corpo non aveva forse l’intenzione di fonderlo nella sua arte né, per certo, intendeva mostrare degli autoritratti in senso tradizionale quando poi “si trasferì” sulle sue tele dipinte. Che a qualcuno possono ricordare il modo di “fare arte ” di altri grandi del passato più recente dell’arte contemporanea.
L’opera di Ydáñez rappresenta un evidente prolungamento di quella poetica sul corpo che ha contraddistinto gli ultimi anni della scena artistica internazionale. Il suo lavoro può peraltro essere associato a quella tradizione che include, tra gli altri, da Edward Munch a Francis Bacon.
Quelli che osserviamo sono grandi volti, busti carichi di colore, talvolta enormi bocche aperte ad invitare lo smarrimento in una sorta di mondo svelabile all’interno. Ma ciò che più avvince è l’espressione degli occhi che da quelle tele invitano a vedere e non soltanto a guardare dentro la pittura nella profondità dell’animo umano ed a cogliere anche attraverso la gestualità statica delle mani, del viso, riflessioni concettuali e metalinguistiche.
In questo modo l’artista ci pone di fronte a noi stessi, così come egli stesso fa “siamo l’altro di noi stessi – siamo ciò che è un enigma nel cuore del labirinto” e sembrerebbe dire “il mio lavoro sono io”.
Dell’arte di Ydáñez è stato detto “Questi nuovi dipinti sono un testo che fugge nel fluire, polvere di stelle fugaci nel proprio disagio. Sono lo sguardo che sussurra all’altra sponda, prestito di quel pendolo incessante che è l’arte, struggendosi urlanti lì dove piangono e laddove si incrociano i sogni. Ydáñez ci riporta alla memoria – come ci ha detto Cioran – che il pianto sorge sempre dalla ‘nostalgia’ del paradiso (perduto?)”.
Il giovane andaluso Santiago Ydáñez (1969, Jaén – Spagna) è tra i protagonisti della pittura spagnola; vincitore dell’edizione 2002 del Premio de Pintura ABC, si è diplomato in Belle Arti presso l’Università di Granata, la sua prima personale si è tenuta in Spagna nel 1989. Ydáñez – per la seconda volta in Italia – presenta a Trieste una decina di opere, in contemporanea con le personali che si stanno svolgendo a Città del Messico, da Ramis Barquet e nell’Università di Salamanca.
patrizia grandis
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