La visita al lager nazista per bambini di Terezin ha segnato una svolta nella pittura di Celiberti, dagli anni Settanta in poi. In quel luogo, i bimbi hanno disegnato, sui muri delle loro celle, segni innocenti, forse per trovarvi conforto o forse come ultimo volo di fantasia di una infanzia recisa dalla consapevolezza della morte.
Una moltitudine di cuori sbarrati, farfalle, croci, lettere, numeri, rimangono a testimonianza della presenza umana tra scheletri di mura. Un urlo della memoria nel silenzio.
Da quel momento, il pittore udinese abbandona la pittura naturalistica di paesaggio e sente il dovere di farsi testimone della voce di quei piccoli prigionieri, in modo che nessuno dimentichi l’orrore storico di cui furono vittime impotenti. Scrive, infatti, Celiberti: ”ho visto tutta la mia pittura per segni e testimonianze, come qualcosa che meritasse di essere riferito perché già aveva durato la fatica di vivere e sopravvivere questa strana vita-morte che mi commuove”.
Ecco dunque che le tele divengono affreschi, lacerti di muro squarciati da incisioni profonde. L’artista riproduce quei segni visti a Terezin come ferite della modernità e monito per il futuro, senza scadere in una drammaticità retorica e non rinunciando mai ad effetti atmosferici evocativi. Dai pallidi intonaci di fondo emergono sovrapposizioni materiche e cromatiche lievi, modulate, da cui solo i tagli ed i graffiti fanno emerge il rosso vivo, quasi come se sotto la patina del tempo, che allevia anche i ricordi più dolorosi, scorresse ancora la vita, l’attualità della storia. In queste opere scultoreo-pittoriche di matrice informale, come ad esempio “Cornice” o “Mattino orientale”, le composizioni sono chiare, semplici, con pochi, grandi, segni gestuali significativi di immediata e fresca percezione, in cui l’intento dell’artista è anche quello di “placare quell’angoscia che si può chiamare in tanti modi. Paura della guerra, paura della violenza…] dando immagini sempre più nitide ed innamorate che rasserenino me e tutti coloro che guardano un mio quadro”.
Nelle tele di questi ultimi anni si nota, invece, un infittirsi e rimpicciolirsi del linguaggio segnico, oltre alla tendenza verso un cromatismo più espressionistico, fatto di contrasti e passaggi violenti fra i neri, i rossi, i bianchi ed i blu. I graffiti infantili divengono una scrittura consapevole, astratta, che non si rivolge alla mente, ma all’anima.
Una pittura quella di Celiberti che ha saputo cogliere da quegli innocenti, disperati disegni tracciati sui muri di un lager, il messaggio più importante: quello di speranza, di amore e di pace.
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celibarti va RIVALUTATO.
Dopo anni di magra grazie a Telemarket Celiberti ha ottenuto di essere "riscoperto". Possiamo già ritenerci soddisfatti. Sperando che non si inflazioni troppo.
Consiglio la lettura dell'articolo su Staccolanana!!!!
Come una grande azienda riesce a portare a quotazioni deci-milionarie un artista mediocre...E che dire di Remo Squillantini, Athos Faccincani, Mirko Pagliacci...mammamia...
Janaz...non fare di tutte le erbe un fascio! Celiberti e Squillantini non sono propriamente degli imbrattacroste. Un po' di rispetto. Basta guardarsi un po' di biografia per farsi un'idea.