A sentir parlare di Plamen Dejanoff (Sofia, 1970; vive a Berlino), campione della contaminazione arte-capitalismo, viene in mente -inevitabile e quasi scontato- il parallelo con Andy Warhol. Nella Factory dell’artista americano le opere, basate su immagini provenienti dai mass-media, si realizzavano infatti con metodi presi a prestito dalla produzione industriale: in serie, spesso con un sistema di divisione dei compiti da catena di montaggio. Dejanoff invece tratta la figura stessa dell’artista come fosse una corporation, ricorrendo ad un consulente di immagine -che gli ha fatto cambiare il nome da Dejanov a Dejanoff- e incaricando i designer parigini M/M della creazione di un logo. Come il padre del Pop, anch’egli si muove in bilico tra una critica sotterranea, dall’interno, e una presa di coscienza smaliziata e priva di recriminazioni ideologiche.
Il rapporto tra Dejanoff e Genova si rinnova a intervalli biennali: dalla prima personale del 2002, sempre alla Pinksummer (allora in via Lomellini), al 2004, anno in cui il Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce acquistava il lavoro Collective Wishdreams of Upperclass Possibilities, presentato alla fiera Liste di Basilea e composto da una serie di prodotti di lusso ready made, esibiti per il loro carattere di merce elitaria, di status symbol.
Stavolta Dejanoff presenta alcuni oggetti (tutti del 2006) che si rifanno alla produzione commerciale per l’infanzia: giocattoli, gadget, arredi, creazioni pubblicitarie. Ci sono tre Champion, omini che sembrano usciti da un cartone animato; nove grossi fiori piatti dalla forma regolare e invitante; e sette fiori di legno appesi al soffitto a cui è attaccata una lampadina, come quei lumi che si mettono accanto ai letti dei bambini. E, ancora: una serie di 23 piccoli pezzi dalle forme geometriche con cui si possono comporre strutture architettoniche, e un cane che ha le stesse forme arrotondate e accattivanti dei tre campioni. Su alcuni di questi oggetti è ben visibile, come un marchio di fabbrica, il nome Dejanoff.
Il tutto in evidente contraddizione con il fatto che questi oggetti sono realizzati rigorosamente a mano -per quanto sembri il contrario- e con materiali artigianali: legno grezzo, marmo bianco, ceramica, di cui non sono stati alterati i colori. Da questo deriva quella sensazione di non–finito, come se tutti questi oggetti attendessero il tocco finale: essere ricoperti di colori accesi, vivaci, che li rendano appetibili, definitivamente pronti per il mercato. Come se queste in mostra fossero forme base della produzione industriale, presentate al loro grado zero, prima di insinuarsi e imprimersi nella mente del consumatore…
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