Stefania Galegati (Ravenna, 1973) dimostra, in questa sua personale genovese, come sia possibile trasformare un istinto, un riflesso che si avvicina molto al bisogno fisico, in uno spettacolo appassionante. La necessità di avere sempre con sé una videocamera (“senza mi sento male. È come se avessi un terzo occhio che mi segue sempre”, spiega l’artista), si è trasformata in un tuttotondo di cronaca, emozioni e commenti. Attraverso una metodologia creativa che è un compromesso tra patchwork e Dada della prima ora, cioè composta da oggetti trovati e assemblati in modo apparentemente non-sense, l’artista ravennate propone filmati, diapositive e una raccolta di fotografie che scagliano il visitatore in un tourbillon coinvolgente, ritmato e dissacrante.
Dalla prima scena del video Implosion (la stasi, che non raggiunge mai l’estasi, di una coppia di persone davanti ad una piccola e preziosa chiesa italiana) in poi, è un crescendo di armoniche visioni tra gli States, l’Argentina e l’Italia. Tra lo spirito anglosassone e quello latino, un continuo intrecciarsi di colori forti e tenui, di immagini di vita e di morte. Quest’ultima spesso è solo apparente e si manifesta soprattutto nelle diapositive che accompagnano la proiezione del video, a volte sotto le sembianze di Elvis, altre sotto quelle di una maglietta della squadra nazionale italiana di calcio affiancata ad una con il volto stampato di Che Guevara, mentre molto più spesso la “vita eterna” è affidata alla statua equestre di Giuseppe Garibaldi, primo eroe globale e globalizzato, da Ravenna a Buenos Aires.
A spingere il visitatore a confrontarsi con tematiche sia spirituali che terrene sono un leggero e ricercato sottofondo musicale ed Interesting congratulations, lavoro composto da fotografie delle più curiose firme presenti nei guestbook di alcune gallerie di New York City. In questo modo, si esprime chiaramente il carattere bipolare dello show e della storia umana in generale: I love camping e Duffy Duck infatti vivono cheeck to cheeck con le firme di Paul Klee e di Andy Warhol.
Il conosciuto e lo sconosciuto dunque, il singolo e la collettività, la solitudine e la compagnia, il bianco e il nero. Questi i presupposti della Galegati, che trovano completamento nel secondo video L’ora del Sud che, ricordando Lars Von Trier e Wim Wenders, porta a termine l’avvicinamento dei poli opposti.
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