Sono i passaggi dell’io, trasformazioni definitive e perfettamente compiute, i movimenti extremi che danno il titolo a questa personale di Monika Grycko (Varsavia, 1970), costretta a moltiplicare l’icona distorta di se stessa attraverso i media con cui si esprime abitualmente: scultura, video e fotografia. Il mutamento s’imprime impietoso, le parti del corpo si torcono in maniera innaturale, si allungano in pose manieristiche, si staccano mutile, piegandosi ad una realtà perversa. Eppure una matrice resta invariata, ed è sempre inconfondibilmente lei, pelle candida e vestito rosso, sia quando accenna una danza seduttiva e sottilmente canzonatoria sulle note di “Personal Jesus” di Johnny Cash, sia nei fragilissimi corpi in ceramica e gres, un mix ben amalgamato di grazia luccicante da porcellana rococò e di erotismo artificiale da bambola-diva plastificata e senza sangue.
Scontati i riferimenti a Jeff Koons e al Posthuman, il binomio corpo-identità e la fascinazione per i corpi mutanti, cibernetici ed inorganici la fanno ancora una volta da padrone, ma quello che colpisce maggiormente è la posizione in cui –suo malgrado– viene posto lo spettatore. La sua attenzione viene cercata e stimolata quasi disperatamente dall’artista, che non si limita ad inseguirne lo sguardo, ma, nello sforzo di procurare un impatto ansiogeno e perturbante, vuole catturarlo e inchiodarlo davanti alla sua colpevole indifferenza. L’emozione è raggelata nelle pieghe di una seduzione grottesca, l’incontro non ha nulla di intimo, e l’osservatore, di fronte ai video, si ritrova a possedere un punto di vista sopraelevato rispetto agli attori, ripresi da una telecamera posta perpendicolarmente. Impossibile astenersi dal giudizio. Pur senza renderlo eccessivamente palese ad un primissimo approccio infatti, descrivendoci il lato oscuro e inquietante della condizione umana e il latente pericolo insito nella sua natura, Grycko ambisce a pronunciare un discorso essenzialmente etico. L’invocazione della salvezza, il sacrificio per la remissione dei peccati e la condivisione di valori e debolezze sono quindi i temi portanti del video “Agnus Dei”, nel quale assistiamo ad un’aggressione, un’assurda colluttazione tra un uomo e una donna, in cui la vittima è perfettamente conscia della propria colpevolezza. Nella società odierna, sembra sottintendere l’artista polacca –ma da alcuni anni di base a Faenza– è la morale a soccombere ovunque, e il male ci abita in permanenza, lasciando sui corpi segni dolorosi e indelebili.
Il monito all’umanità si fa più preciso nella serie fotografica “Cadaveri domestici”, in cui sono ritratti gli scarti vagamente ripugnanti di quelli che prima di finire sulle nostre tavole erano esseri viventi. Nel rammentarci che la morte è sotto i nostri occhi in ogni momento, questi scatti sono senza dubbio apprezzabili per il gusto apertamente macabro e la potenza estetica, molto meno per l’intento di esprimere una trita geremiade contro la cattiva coscienza di chi, cucinando conigli o sardine, non si sente un assassino.
gabriella arrigoni
mostra visitata il 9 dicembre 2005
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