Nel panorama artistico italiano il concettualismo ironico di Corrado Bonomi si situa come un baco nel frutto, scavando da dentro cunicoli di senso che una volta giunti in superficie appaiono minuscoli, quasi trascurabili, fori. E invece sono capaci di svuotare la polpa e bacare inguaribilmente il frutto. Allo stesso modo, i carri armati che Bonomi dipinge di colori sgargianti e posa, come insetti in un museo delle scienze, su rami d’albero secchi, oppure quella flotta composta di fregate e portaerei modellate con cataloghi d’arte e riviste di settore che solcano il pavimento in direzione dello spettatore possono apparire variazioni goliardiche su temi iconografici di un’attualità scottante, ma anche innescare turbinii semantici, come accade nelle tele dei primi novanta in cui la pittura diventa occasione per mostrare il proprio supporto.
Qui chicchi di caffè dipinti su sacchi di juta del Brasile, risaie dipinte su teloni cerati da derrata alimentare o treni iridescenti rappresentati su tele originali delle antiche FS (opere dei primi Novanta, esposte nella seconda sala) alimentano un dialogo tra l’icona ed il suo spazio materiale, il suo corpo, che ci porta in zone di non appartenenza o pertinenza della pittura, per toccare il limite estremo sul quale la pennellata, il colore, la figura svaniscono per lasciare affiorare il freddo concetto, il lavorio mentale di un artista che anni più tardi si rivolge ai materiali “inautentici” dell’arte, come le plastiche, i fiori finti, i frutti posticci. Giochi di prestigio, come le teste arcimboldesche con i quali Bonomi sorprende lo spettatore in un’aggraziata smorfia di piacere, proprio lì sul nascere di un’idea vaga e gioiosa, ma dalle venature malinconiche e meditabonde, come ben mostra il caso i pesci dipinti nelle scatolette di latta use a contenere tonni e sardine sott’olio nei nostri supermercati.
Di queste icone acquatiche, installate a muro e intitolate furbescamente Mare, non resta il bagliore delle squame, il riflesso della pupilla, il rosso delle branchie (come vorrebbe unn natura morta fiamminga) ma è lo sfondo dell’alluminio a sbalzo industriale, con le sue forme rotonde e brillanti, che urla tutta la gioia disperata di Bonomi, artista che pare giunto alla fine del mondo e tornato indietro per offrirne un brillante elzeviro. Come quel Gozzilla costruito da frammenti di battistrada Bridgestone, grande come un bambino, unghiuto e ringhiante che dopo l’approccio ilare (la forma per Bonomi non è mai un cruccio, anzi sprigiona infantile ingenuità e immediatezza) inquieta per la materia di cui è fatto e per quel linguaggio brutale che l’artista assegna alla materia con sui reinventa il mondo. Per entrare in mostra, occorre attraversare l’installazione di un roseto, quasi perdersi tra le volte plasticose e sgargianti che fanno il paio con i giganteschi girasoli fatti di tubi da giardino e sottovasi di plastica verde saturo e nauseabondo: sono alcuni ultimi lavori dedicati al mondo naturale e rappresentano l’istantanea tragicomica e semiseria bonomiana di un’urgenza planetaria e antropologica.
In questo tempo sospeso, l’artista propone la sua cronaca dal tempo ulteriore, dal luogo in cui la plastica non ha asfissiato la natura, ma ne ha addirittura preso il posto diventando natura essa stessa. In questo mondo alla rovescia, in questo dialogo serrato ed evanescente tra sfondo, rappresentazione e concetto, si apre uno spazio che è tipico del genio apprensivo e goliardico di Bonomi.
Un lavorio basato sul capisaldo postmoderno della citazione, come testimonia in mostra il readymade assoluto (orinatoio su cui è dipinta la ruota di bicicletta), oppure da un favolismo irriverente dove la fatina può diventare “fatale” dark woman chiusa in una minuscola boîte erotica o svolazzante e discinta libellula sopra un pitale da ospedale colmo di biologico umore. In quest’aggraziata e pestifera commistione tra ludico e trash, si muove la concettualità opportunista e naif di un artista raffinato che sa usare tutto, anche l’uso figurato della lingua, come dimostra la trasformazione dell’espressione “fare castelli in aria” in una stanza allestita con decine di nuvole di cotone su cui poggiano castelli di carta. Come dire: a Pinocchio forse no, ma a Lucignolo io ci credo.
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nicola davide angerame
mostra visitata il 5 agosto 2006
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che brutte cose.
brutte brutte!
Ma cosa stai a dire?! Bonomi è uno dei migliori artisti italiani.