Compiuto il trasloco e lasciati gli ambienti irregolari e affrescati di via Lomellini, che hanno ospitato la loro galleria per cinque intensi anni, per Antonella Berruti e Francesca Pennone si apre un nuovo capitolo, che le vedrà confrontarsi direttamente con quello che è il centro culturale cittadino per eccellenza, luogo prestigioso ma che aveva finora mostrato solo sporadiche aperture al contemporaneo.
Il debutto nel nuovo spazio, che segna senza dubbio un momento di crescita nel progetto Pinksummer, vede protagonista Bojan Sarcevic (Belgrado, 1974), autore di tre sculture costruite con legni trovati e accuratamente scelti in vecchie abitazioni. Segmenti di cornici, stipiti di porte e finestre, piegati ad assumere forme armoniche, sembrano perseguire accondiscendenti l’essenza organica che si origina nel rapporto tra materia e struttura, tra misura e colore. Al centro, la composizione di maggiori dimensioni e articolata in maniera più complessa, entra in risonanza con le due small sculptures appoggiate alle pareti. Si tratta di vecchie assi di legno, stinte e scheggiate, sulle quali l’artista ha inserito geometrici rami di ottone e sottilissimi fili rossi e verdi tesi ad incrociarsi lungo il corpo dell’oggetto. Non si tratta di riportare a nuova vita pezzi di recupero, anche se il legame con il luogo d’origine è parte integrante del senso dell’operazione. Essa riguarda però in ultima analisi i rapporti fra le cose e con le cose, e il processo attraverso il quale la forma trascende se stessa e diventa linguaggio. Il processo non è immediato, ma tale deve sembrare, e il risultato,
Sarcevic non ama ripetersi, e non è facile individuare elementi costanti nell’arco della sua produzione. Questo perché la sua attitudine al fare artistico è permeata da un approccio filosofico, che rende il suo operare una ricerca senza posa ed in un certo senso utopica: come lui stesso afferma, si tratta di una tensione che non può risolversi nel raggiungimento di una meta. Significa invece spingersi incessantemente verso il confine, il punto più lontano, che coincide con il più vicino al proprio opposto, come esplicitamente suggerisce il titolo della scultura più grande: Everything makes sense in the reverse. Animata da questo movimento verso l’inafferrabile e l’inconoscibile, creatura più che creazione, trova il senso del suo essere nell’incarnare l’assolutezza spontanea della forma.
gabriella arrigoni
mostra visitata il 28 ottobre 2005
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