“I’m not a cynic”, dice Sancho Silva (Lisbona, 1973). Poi ci ripensa e concede: “Well, just a little bit”. Un’ironia sottile, intelligente e consapevole, che si legge a chiare lettere nei suoi lavori. Uno sguardo affilato e indagatore, che esercita senza riserve e senza porre distanze fra sé e il soggetto analizzato. È proprio questo che gli impedisce di essere cinico: non c’è disprezzo, nella sua ricerca, piuttosto simpatia e partecipazione. Pure, le sue macchine della visione sono strumenti critici. I suoi periscopi che capovolgono il mondo e stravolgono la percezione hanno una funzione politica e una valenza sociale precise e terribili: questo mondo si può cambiare per inventarne uno nuovo.
Per la sua seconda personale alla Pinksummer, Silva presenta un lavoro sulla città del Cairo, dove si è trasferito da qualche tempo (ultima tappa della sua infinita serie di peregrinazioni che lo ha visto lavorare, tra gli altri posti, a New York, Berlino, Malta e, con un’esposizione in questi giorni, a Siracusa). Le due macchine, questa volta, non hanno una diretta correlazione con lo spazio circostante. Il tentativo è quello di presentare un nuovo modo di vedere Il Cairo.
Trident è una costruzione sospesa, formata da tre piramidi tronche in fondo alle quali scorrono le immagini di tre differenti percorsi fatti partendo dal centro della città fino ai suoi margini. Bisogna muoversi, ruotare su se stessi per vedere i tre monitor, ma l’artista spiega che lui ha costruito la struttura pensando ad esseri triocchiuti. “Questa macchina è una sorta di mappa del Cairo, con un modo differente di fornire informazioni nel tentativo di abolire la gerarchia degli elementi presente in una mappa tradizionale”, dice Silva. Infilando la testa nel cuore di Trident si prova una stasi spaziotemporale che sospende, come in una bolla.
Questa illusione, questo gioco percettivo è una costante nei lavori di questo giovane portoghese, ma allo stesso tempo lui vuole che l’inganno sia rotto. Gli osservatori esterni alla macchina sono l’elemento di disturbo che tiene ancorati alla realtà, sono la spiegazione vivente del trucco del prestigiatore.
Satellite, invece, consente di vedere Il Cairo dall’alto, con una visione satellitare, appunto. Solo un piccolo pezzo alla volta, però, perché la finestrella dalla quale ci si affaccia sull’immagine è piccola e consente solo una visione parcellizzata. Ancora movimento, dunque, e sarà bene essere dotati di buona memoria per mettere insieme i frammenti. E il mondo che si vede, come sempre nelle opere di Silva, è nuovo, diverso, stimolante. Spinge a cambiare (quantomento prospettiva), a non rimanere fermi, a non subire la visione ma a partecipare, a stare lì per vedere cosa succede. E “forse qualcosa succederà”.
Se la parola arte deriva dalla radice ariana ar che ha il significato di andare, muoversi verso qualche cosa, queste macchine sono arte allo stato puro. E sono dotate di un impatto estetico forte, che non può essere messo in secondo piano dal concetto pure fortissimo di cui sono caricate.
Per quanto Silva dica che “è legno, si lavora facilmente” e paragoni le sue strutture agli occhiali, che scompaiono agli occhi del fruitore mentre esercitano la loro funzione, (la sua formazione ha solide basi matematico-filosofiche), non si può negare che queste costruzioni siano belle. Molto belle.
annalisa rosso
mostra visitata il 23 febbraio 2007
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