Bisogna attraversare il fuoco incrociato del profondo rosso e del profondo blu di due tele di Giuseppe Maraniello (Napoli, 1945; vive a Milano) per avanzare nella prima sala della galleria Cardelli & Fontana di Sarzana, che inaugura con questa mostra la sua nuova sede. Sono tele ricoperte di colore omogeneo che però si fa fatica a definire quadri. Sono piuttosto pannelli strutturati con cavità regolari, completati e problematizzati dalla presenza di figurine di bronzo –le figurine tipiche di Maraniello: centauri, saltatori, ermafroditi, coppie di amanti allacciati fino quasi a fondersi– dal sapore arcaico ma dalla sapienza postmoderna, decontestualizzate e un po’ ammiccanti, come raccolte dalla pazienza di un collezionista onnivoro e tenace. Segnali riconoscibili, appartenenti a una lingua comune, che creano significati ulteriori una volta inserite nel contesto dell’opera. Immancabili anche nelle opere in mostra fatte esclusivamente di bronzo. A volte sono a metà tra dentro e fuori, mezze emerse, forse appena nate, da gonfie e panciute forme simili a anfore tagliate. Altre volte stanno attaccate in fondo a finissime aste che sembrano sul punto di piegarsi sotto il loro trascurabile, ma insostenibile, peso. Oppure, ancora, sono immobili sull’orlo del precipizio, ferme nell’attimo che precede la caduta. O il salto.
Così come sono in bilico le forme cave appese con la corda alla parte ferma, fissata al muro, di alcune opere. Di nuovo forme di contenitori tondeggianti e vuote, tranne quella, nella seconda sala, che è stata riempita con sale e zucchero: opposti che si fronteggiano più che mescolarsi, presentati all’osservatore come in una moderna offerta votiva.
Il senso di asimmetria sbilanciata, di peso che si fa insopportabile, di polarità difficilmente ma testardamente conciliabili raggiunge l’estremo nell’opera che occupa tutta la parete di fondo della prima sala. A una struttura irregolare fissata al muro sono attaccate da una parte una delle forme cave appena descritte, dall’altra un’asta spessa e curva, a cui sta a sua volta attaccata un’asta molto più fine. Che si muove impercettibilmente, come la lancetta di un orologio scarico, seguendo gli spostamenti d’aria causati dalle persone in moto nella sala. Segnando così il proprio scorrere del tempo, irregolare e personalissimo.
Completano la mostra le cosiddette carte di Maraniello: cartoncini in cui piccole figure modellate in gesso (dall’iconografia spesso simile a quella delle figurine di bronzo) si combinano a inserti cromatici, pezzi di legno e di fil di ferro: dove prevale, più che l’impressione di un continuo sbilanciamento, il senso di una improvvisa quanto miracolosa ricomposizione.
donata panizza
mostra visitata il 12 maggio 2007
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