La personale s’intitola “Fattoide” e mette a fuoco la distanza tra la realtà e la sua percezione all’interno di un sistema di mass media complesso ed affabulatorio come quello che ci circonda. Le sue immagini sono pacate, discrete, senza clamore, ma traggono origine da un’idea sottilmente inquietante: Bellantonio fotografa in bianco e nero, all’interno del contesto cittadino, cartelloni pubblicitari che echeggiano consueti, lievi, nella memoria collettiva.
Da silenziosa ed opaca scenografia quotidiana, i poster vengono portati alla ribalta: riposizionando prepotentemente al centro, proprio grazie all’apparente casualità e all’equilibrata levità delle inquadrature, la loro funzione principale.
Quella di strumenti di persuasione.
L’operazione concettuale dell’artista coinvolge così la passiva inconsapevolezza del pubblico dei mezzi di comunicazione di massa, suggerendo un inevitabile parallelo con l’influenza che i media esercitano sulla vita politica e sociale e con l’approccio spesso colpevolmente acritico di chi ne fruisce e/o li subisce.
L’artista, scrive Fabrizio Boggiano nel testo che correda la mostra, rappresenta le icone pubblicitarie “sottolineandone la vuotezza tautologica. Siamo così obbligati a riconsiderare i nostri pensieri conducendoli al senso dell’esistenza che non deve lasciarsi contaminare dalla onirica visione mediatica”, e ancora: “Connie Bellantonio, mostrando l’irreale, riconduce alla realtà prendendoci per mano dolcemente e aprendo i nostri occhi su un mondo nuovo ma che è sempre esistito. Solleva la nebbia del consumismo e della sua imposizione ad apparire per lasciarci sulla tiepida terra dell’essere”.
Le immagini di Connie Bellantonio diventano dunque totem di uno dei fondamentali equivoci della cultura dell’informazione, la troppo comoda e frequente identificazione del mezzo con il contenuto a fronte dell’acquiescenza di un pubblico spesso impreparato ed abulico, pago della lenitiva ninnananna d’immagini e suoni che ci avvolgono.
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