Cinzia Ambrosini racconta il dolore, la paura, la sopraffazione spietata di esseri inermi: la sue fotografie sono esposte nel piccolo spazio espositivo della Joyce & Co. con accurata semplicità, senza fronzoli ad addolcire la dura evidenza delle immagini.
Immagini che compongono un’unica installazione, strutturate come un racconto, diacroniche e coerenti nel ricomporre una vicenda crudelmente consueta. Ne sono protagoniste alcune oche, ritratte in sequenza nelle fasi successive dell’acquisto, del trasporto, dell’uccisione e dell’utilizzo.
Dalla prima immagine graziosa come una cartolina, che ritrae un animale fasciato in un sacchetto e appoggiato su una bilancia, la testa sporgente che sembra più curiosa che terrorizzata, ai primi piani di zampe accatastate, inutili, in un piatto: sono fotografie bellissime, sature di colori lucenti come smalti, dalle inquadrature composte e impeccabili.
Ambrosini ci conduce con sé nel dolore, lo camuffa con levigate occasioni per distogliere lo sguardo. L’oca come alter ego , ma soprattutto come emblema di una cattiveria così spesso reiterata da svuotarsi della colpa, simbolo di una sospensione di responsabilità che fa convivere il disgusto, l’angoscia per le immagini con l’abitudine a nutrirsi di carne. Cinzia Ambrosini porta così il suo lavoro all’estremo, ne fa una metafora toccante e impietosa dell’Occidente e della capacità di far finta di
Come scrive Fabrizio Boggiano nel testo critico che correda la mostra, “Il dolore circonda la nostra esistenza così massivamente da non creare più alcuna notizia. Il fatto poi che lo stesso riguardi situazioni a noi distanti fa sì che non se ne colga neppure la gravità. (…)
Questo è il senso delle “allusioni” di Cinzia Ambrosini: un’atmosfera spirituale che, partendo da immagini forti e al di fuori del nostro quotidiano, rievoca indirettamente la storia della nostra esistenza. L’artista non si prefigge lo scopo di provocare, ma vuole tenere alto il livello di riflessione per sottolineare quanto sia indispensabile chiudere per un attimo gli occhi sul mondo circostante per aprirli, finalmente, sul nostro universo interiore.”
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