Anche se le chiama Densità, se si potessero toccare, affondarvi una mano, le creazioni di Alessandro Lupi (Genova, 1975) risulterebbero tutt’altro che dense. Si tratta infatti di figure tridimensionali ottenute dipingendo con pigmenti fluorescenti su strutture composte da migliaia di fili di poliammide, illuminate da una lampada di wood. Del resto l’artista ama inseguire gli opposti. E se la luce e le sperimentazioni che la riguardano sono da sempre al centro dei suoi interessi, è stata l’idea di una luce nera ad attrarlo fin da bambino, quando fantasticava d’inventare una lampada dalle polarità invertite. Insomma di una fonte di luce che generasse il buio. Da qui sono scaturite, con un approccio quasi scientifico, lunghe ricerche con la luce di wood, e l’impiego di colore fluorescente o fosforescente: la prima scultura della serie Densità Fluorescenti, realizzata con fili di nylon, risale al 1997.
Entrando in galleria, dove sono presentati dieci nuovi lavori, si viene immediatamente catturati da una musica ambient (è composta da Danilo Rolle), che contribuisce ad uniformare lo spazio in un’atmosfera irreale e avviluppante. Nell’oscurità si stagliano i colori sintetici di esseri femminili dormienti, rannicchiati, o colti in uno slancio danzante, in un tuffo poetico, a testa ingiù: alcuni ruotano su se stessi, i più piccoli abitano scrigni preziosi, aperti solo parzialmente. Difficile stabilirne l’identità, irrimediabilmente nude ed essenziali, sembrano appartenere ad un’altra realtà, fantasmi di un limbo prenatale o delicate presenze di un mondo silente e sospeso, come quello dei ricordi, proiezioni evanescenti e soffuse del desiderio.
Questa tecnica personalissima richiede una lunga elaborazione, dai disegni preparatori al telaio, ma conduce a risultati di grande eleganza formale. Neanche il corpo umano sfugge però al capovolgimento e alla sfida che Lupi rivolge a tutto ciò che lo attrae: la carne è dissolta, le membra diventano immateriali, attraversabili e artificiali come l’unica fonte di luce –e di esistenza- che li rende visibili.
Allo spegnersi della lampada di wood infatti si vedranno lentamente scomparire, così come sarebbero impercettibili anche in presenza di qualsiasi altra fonte d’illuminazione. Ad un concetto negativo, quello del buio, inteso come assenza di luce, Lupi riesce a conferire una connotazione ontologica autonoma, aprendo la strada agli eterni interrogativi sul rapporto tra fenomeno e noumeno, sull’essenza e la relatività della visione. E il mistero prosegue ad alitare il suo soffio su queste figure, intangibili tracce di un’anima.
gabriella arrigoni
mostra visitata il 21 ottobre 2005
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Ah Gabbriella!!!