Genova ritrova Ippolito Caffi. Caffi (Belluno 1809 – Lissa 1866) ritrova Genova. Un rapporto che si rinsalda dopo un lungo oblio, quello tra la capitale ligure e il mondo del pittore. Ma anche quello del pittore con il mercato che conta e con le mostre dei milieu più ufficiali.
Il momento della celebrazione del buon paesaggista veneto –erede dei conterranei maestri, Canaletto, per dirne uno– è tornato. In contemporanea a Roma –che lo propone nelle sale di Palazzo Braschi fino al 2 maggio–, la Superba decide di offrire a Caffi le pareti del Teatro del Falcone del Museo di Palazzo Reale, uno spazio scenico squisito, restaurato nel 2004 con allestimento di Stefano Fera. Un insieme di ben 100 opere circa tra tele, disegni e acquerelli, con prestiti importanti provenienti dalla Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro e dal Museo Correr di Venezia, e con un nutrito gruppo di materiali grafici di collezioni genovesi e provenienti dal Centro di Documentazione per la Storia, l’Arte e l’Immagine del Comune di Genova).
In sintesi: il bouquet è armonico, ben orchestrato. Al centro, i dipinti degli anni liguri del creativo, patriota ed esule forzato dal Veneto nella Genova amata-odiata, frequentata e vissuta nel periodo a cavallo tra il 1849 e il 1853: un lasso di tempo limitato in cui egli disegnò, con disagio storicamente testimoniato, anche e soprattutto per l’ambiente trovato nel capoluogo ligure, infiniti paesaggi interiori-esteriori di una terra che giudicò inospitale ma che pure con lui fu generosa. I notabili della cives gli affidarono numerosi incarichi, e anche per questo la sua memoria è rimasta impressa nei vicoli di una città che gli fu matrigna. La rassegna di Palazzo Reale propone sue tele realizzate con metodo pittorico convenzionale ma pure innovativo. Caffi fu precursore –inconsapevole?– di novità stilistiche importanti che a breve avrebbero avuto fioritura e fortuna (macchia, impressionismo), lavorando in parallelo ai francesi, ai tedeschi e agli inglesi d’avanguardia che negli stessi anni sperimentavano tra Villa Medici ed altri luoghi della Roma alternativa.
Animo difficile, risorgimentalmente appassionato, partigiano e grande viaggiatore del secondo Gran Tour (fu tra quelli che oltre all’Italia conobbero e frequentarono il vicino Medioriente ed i suoi bei colori), Ippolito Caffi colpisce oltre il solito per la geometria e il taglio di alcuni studi, quasi un Thomas Jones più celere e ‘italiano’. Ma anche per l’accuratezza dell’impressione, matissiana, del disegno delle figure umane –poche ma notevoli, nella loro piccolezza-, per il cromatismo artificiale di certi mari, dai tratti accurati ma veloci; per la serialità di alcuni studi, propria di una certa arte à la pàge. Al di là delle suggestioni, chiaro appare ancora il suo obiettivo, perseguito con partecipazione lucida: mettere sempre al centro il grande soggetto-oggetto dei suoi studi, il paesaggio. Il paesaggio e la sua pittura, che –riconquistata la propria dignità dal limbo dei generi minori– torna all’onore delle critiche attraverso la firma di un interessante interprete: quell’Ippolito Caffi “con quella faccia un po’ così che abbiamo noi che abbiamo visto Genova”.
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fantastico. bravo caffi e l'articolista