Una rete antinfortunio bianca, appesa al soffitto altrettanto immacolato, ben al di sopra delle teste dei visitatori. Safety Net è il primo degli esercizi mentali proposti da Ceal Floyer (1968, Karachi) alla sua terza personale da Pinksummer. Defunzionalizzata e quasi invisibile ad un primo sguardo, posta a protezione ormai soltanto di un sottile strato d’aria, la rete scuote pacatamente l’intelletto per il suo impatto stridente col reale. Un distacco paradossale e assoluto dal contingente accomuna anche le altre due nuove creazioni dell’artista pakistana, che si fronteggiano nella stanza successiva. And appare come un motivo ornamentale, una greca, applicato alla parete, ma la sinuosità di gusto liberty e la nettezza della linea che lo caratterizzano derivano semplicemente dall’iterazione orizzontale di una “&” commerciale. Il valore congiuntivo del segno travalica quindi dalla sfera semantica a quella formale, denotando anche in questo caso lo spazio attraverso una trasformazione poco appariscente ma estremamente compiuta in se stessa. In questo processo di rarefazione e relativizzazione del linguaggio, entità palesemente astratte come i numeri vedono infine concretizzare il proprio valore nella durata: nel video Da uno a venticinque infatti le cifre vengono proiettate in progressione restando visibili per tanti secondi quanto indicato dal loro valore numerico.
Impossibile qualsiasi appiglio ad impulsi emotivi o percettivi: la tensione si genera esclusivamente in quel settore della mente capace di produrre e comprendere sillogismi e meccanismi logici. Dove la logica viene sospinta ad esiti parossistici e tautologici, ma sempre dotati incontestabilmente di senso.
Improntati ad una sorta di concettualismo minimalista, che dichiara a chiare lettere una concezione dell’arte come manifestazione dell’idea, i lavori di Ceal Floyer sono sempre costituiti da pochissimi elementi, adoperando indiscriminatamente qualunque mezzo possa veicolare la semplicità matematica –ma non priva di poesia e di un sottile umorismo– delle sue asserzioni. Può trattarsi di uno scontrino nudo e crudo, in cui i prodotti acquistati sono tutti bianchi (Monochrome Till Receipt. White); o di un raggio infrarosso che conta meccanicamente i visitatori del suo primo progetto in una galleria. Il gioco, l’illusione apparente, risultano in ogni caso apertamente manifesti, nessun trucco da svelare. E per quanto sia possibile rinvenire quasi ovunque metafore, simbolismi occulti e catene di rimandi –basti pensare a quanto sconfinata può essere la riflessione a partire dall’immagine della rete– è al fascino discreto del letterale e all’elasticità dell’ordinario che bisogna indirizzarsi per leggere questi lavori, seguendo il filo di passaggi algebrici, senza lasciar debordare il pensiero. E qui sta il limite, nonché il tratto distintivo e peculiare, di Floyer: restare chiusa in un gioco statico, in attestazioni tanto perfette quanto fini a se stesse e circoscritte.
gabriella arrigoni
mostra visitata il 16 dicembre 2005
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