Lo spazio in cui è allestito l’Illegal World Arts 2007, di per sé, è affascinante. L’ex Facoltà di Economia e Commercio di Genova è molto grande e, sebbene da tempo sia diventata sede vivace di laboratori e attività sociali fra le più disparate, queste stanze libere, in via di definizione e ri-definizione costante, creano un’atmosfera sospesa, da film. Ci si aspetta qualcosa, da questo posto.
I ragazzi del collettivo multimediale EVES (Extraordinary Visions and Esthetic Sounds), ospitati e sostenuti dal Laboratorio Sociale Buridda, hanno chiamato a raccolta per il quarto anno consecutivo un gruppo di esponenti della cultura underground internazionale, li hanno ospitati e lasciati liberi di esprimersi in un’area che offriva di che sbizzarrirsi. Hanno risposto all’appello una quarantina di artisti, contattati via internet o attraverso il passaparola. Due metodi di appello diversi e complementari, riflesso del doppio mondo in cui si muove questo popolo: la città, quella più problematica, si affianca con naturalezza al web, ne diventa una naturale prosecuzione. Ci si muove svelti, on line come per le strade. Su questa linea, la fanzine irregolare Compost viene distribuita gratuitamente in città, ma può anche essere scaricata da internet, e i personaggi che si aggirano per l’Illegal Art si possono incontrare in giro, oppure on line (su Myspace, ad esempio).
“Le opere vengono eseguite e poi lasciate a sé”, spiegano gli organizzatori, “lo spazio si rinnova continuamente”. Per questo l’IWA dura un solo giorno, come evento, ma prosegue con i lavori che restano in questo spazio, in costante evoluzione. Non si parla solo di street art che, occupando un intero piano dello stabile e allargandosi un po’ ovunque, a tratti monopolizza l’a
Le sculture metalliche di Myone, (Claudio Costa, Genova, 1971), sono un ulteriore modo di esprimere questo spirito, che si colloca al di fuori dei circuiti ortodossi dell’espressione artistica. Le linee pulite, essenziali delle sue composizioni, sono talmente efficaci da far dimenticare la durezza del ferro, che pure è l’elemento essenziale, la forza stessa di questi pezzi. La silhouette di una figura femminile (Lolita) è fatta con una pala per il carbone, la punta di un paio di scarpe antinfortunistiche e il sellino di una bicicletta: ne risulta un bustino classico, decisamente sensuale. Queste sculture richiedono una lavorazione di mesi, a volte di anni, e sono composte da pezzi di macchine, componenti industriali, metalli recuperati nei posti più diversi della città, tutti portatori di una storia e di un significato. Se è vero, come recita il sottotitolo di Compost, che “a Genova non si butta via niente”, il lavoro di Myone dimostra che la vita delle cose è molto più lunga e interessante di quanto si creda abitualmente.
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