Categorie: Il fatto

A testa alta

di - 9 Gennaio 2015
Delegazioni politiche a Roma, dove la fiaccolata si è svolta in piazza Farnese, davanti all’Ambasciata di Francia, così come nel centro di Torino. Poi Parigi, che è tornata di nuovo in place de la République, silenziosa, per la seconda sera consecutiva. Che ha portato fogli di carta, matite e candele davanti alla redazione. E che ha spento la Tour Eiffel, nel rispetto delle sue vittime. Anche oggi il fatto del giorno non poteva che essere dedicato all’assalto omicida a “Charlie”, cercando di osservare come, e chi, ha scelto di prendere parte non solo al dolore per le perdite umane, ma allo schieramento a favore dell’indipendenza.
Sì, dobbiamo ribadirlo a gran voce, anche per evitare lo sciocco brusio che si è levato in queste ore su alcune pagine e profili di social media di mezzo mondo, e anche da alcune pagine web italiane vicine alla destra cattolica, che hanno ventilato – chi a mezza voce, chi più spudoratamente – un “Chi la fa, l’aspetti”.
Charlie aveva fatto arrabbiare gli islamici cattivi? Ecco la vendetta servita su un piatto d’argento! Meritata! Come se bisognasse portare rispetto a chi quotidianamente semina fanatismo, odio, e che massacra anche i suoi stessi “concittadini”, come accade a Mossul, in Iraq, città simbolo dell’estremismo religioso musulmano.
E invece no: si può essere d’accordo o meno con la direzione editoriale di un giornale che sceglie di essere tagliente, ma che è offensivo solamente nei confronti di  chi non ha il coraggio di guardare, per coloro che predicano una società arcaica e non più condivisibile, sotto nessun fronte, all’alba del XXI secolo.
Il mondo, stavolta, sembra averlo capito e speriamo che sia la volta buona. Quello che è successo a Parigi non ha la portata di un atto criminale in sé, e i lutti – nonostante  la morte violenta sia uguale, e ingiusta, per tutti – non possono essere paragonati a chi resta vittima di catastrofi ambientali o disastri aerei: qui, la mano, è stata salda per soffocare neanche  la politica, ma l’unica arma che da sempre ha l’uomo per combattere potenti e demoni: il sarcasmo, lo sberleffo, in una parola la libertà di pensiero più eversiva: lo humor.
Se si fosse scelto di colpire l’Eliseo, piuttosto che il Vaticano, come simboli del potere occidentale e dunque infedeli, la storia – forse – sarebbe potuta essere più simile a quella dell’11 settembre, episodio che in queste ore è stato abbondantemente paragonato, erroneamente, al 7 gennaio.
E invece si è scelta la carta stampata, si è scelto deliberatamente di mettere a ferro e fuoco il disegno, le vignette. Obiettivo facile, come bere un bicchiere d’acqua, per gli ignobili che hanno assaltato la redazione di Rue Richard-Lenoir.
Il mondo, stavolta, si è sentito in pericolo perché ha visto morire ammazzati i propri colleghi di scrivania, gli amici che al bar magari discutono le proprie idee, le persone che insomma ci accompagnano nel percorso della coscienza: gli artisti, in qualche modo.
E infatti il mondo dell’arte, spesso freddo e restio a prendere posizioni, si è mobilitato: chi scrivendo articoli, o molto più spesso condividendo immagini o dedicandone alcune alla giornata, come è successo per Banksy (vero o presunto che sia poco importa), Vik Muniz e Olafur Eliasson dalle pagine Instagram e Twitter, e anche istituzioni come il Palais de Tokyo, che ieri ha affisso al suo colonnato l’icona nera “Je suis Charlie”.
Bene, grazie a tutti dunque per la reazione accalorata, ma la verità è che il vero modo di reagire, e di omaggiare Charlie, si vedrà sul medio e lungo periodo. Si vedrà se la Francia avrà il coraggio di evitare di schierarsi dalla parte della destra xenofoba e razzista di Marine Le Pen, che già ieri twittava un ritorno alla pena di morte (e non dimentichiamo che questa condanna Oltralpe è stata abolita solo 34 anni fa, nel 1981); vedremo se Parigi avrà di nuovo il coraggio di essere illuminata e laica, di punire i colpevoli ma di continuare la difficile, seppur decennale, integrazione dell’Islam con la sua cultura; vedremo se Charlie – distrutta nell’anima – continuerà a mantenere il suo tono vivo e caustico anche in futuro. Senza paura.
Gli inizi, per ora, sono buoni. A meno di 48 ore dalla strage si promette l’uscita in edicola del giornale già dalla settimana prossima, non con le solite 60mila copie ma con una tiratura di un milione, e Google ieri ha promesso che omaggerà l’Hebdo di 250mila euro, grazie al fondo per l’innovazione digitale della stampa che il colosso ha istituito in Francia. Non un caso, ma la voglia del colosso di essere parte attiva (guadagnando in immagine, certo) di un Paese che – bando ai nazionalismi, campanilismi e facili sarcasmi – ha continuato e continua a pensare, anche scontrandosi, come accaduto – giusto per citare un episodio – con il sì alle nozze gay, che lo scorso anno aveva portato in piazza milioni di persone, favorevoli o contrarie.
Sarà un risveglio duro, certo, ma quel che è necessario è scongiurare una notte della mente, un “Allah akbar” in versione contraria, ovvero un “Vive la France” che non suoni più come il vecchio grido libertario, ma come la freccia avvelenata da scagliare nel cuore del nemico. L’Europa, tutta, non deve avere paura di combattere. Perché anche oggi siamo tutti francesi. E vogliamo continuare a essere liberi. Credo religioso, ateo, laico incluso. (M.B.)

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