Categorie: Il fatto

Due generazioni per rifare l’Italia

di - 30 Agosto 2016
Lo è andato a trovare di corsa, quasi come fosse un santone. Voleva consigli, perché il ricordo dell’Aquila e delle famigerate “new town” resti solo un pezzo di storia, e non un futuro, forse. Lo è andato a trovare perché – come accade sempre in queste occasioni – ora si parla di “grandi progetti” e faraoniche opere per la rimessa in moto di un territorio. E lui, di grandi opere, un po’ ne ha fatte in giro per il mondo.
Parliamo di Renzo Piano e del suo appuntamento con il Premier Renzi, che è andato a Genova alla Fondazione creata dallo stesso architetto.
E proprio nelle ore in cui nel capoluogo ligure si discute di un piano milionario per le periferie e il loro recupero, c’è un’area periferica d’Italia da tirare su di nuovo.
Renzi ha parlato di ricostruzione veloce, con massima attenzione sulla trasparenza, dichiarando che in quattro mesi i terremotati saranno fuori dalle tendopoli. Piano ha spiegato che ci servirà un cantiere lungo due generazioni, che possa mettere in sicurezza la dorsale appenninica, da nord a sud.
Piaccia o non piaccia, l’architetto genovese – da molti tacciato di una visione breve – parla degli errori d’imprevidenza che hanno causato le tante tragedie che conosciamo, e forse a sua volta lascia correre proprio uno dei grandi misteri italiani: quello della mancanza di una visione politica e pubblica che tenga conto della salvaguardia del Paese. E sì, non solo dei Beni Culturali, delle periferie, delle zone protette, ma di intere città, regioni, infrastrutture. Piano parla di “edifici leggeri”, da smontare e riciclare in seguito, che non allontanino la gente dai propri borghi.
Una struttura “performante” di azioni coadiuvate insomma, che possa in qualche modo bypassare la mortalità delle stesse prediche che ci accolgono dopo ogni evento devastante, dove tutti si rimboccheranno le maniche in frettissima, dove le tasse verranno sospese, dove i cantieri saranno tirati su e svaniranno nello stesso attimo. E dove serviranno generazioni per tornare a una nuova “normalità”, al di là della proverbiale resilienza italiana, questione fondamentale e che spesso la politica e la stampa dimentica. Non i cittadini. (MB)

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