Categorie: Il fatto

I muri di trent’anni dopo

di - 10 Novembre 2016
Trump e il Muro contro il Messico, l’Inghilterra che paga il muro a Calais, l’Ungheria che non vuole più immigrati. Tanto è successo in questo 2016. Dalla vittoria di Trump, appunto, a quella della Brexit, facendoci scoprire, ogni giorno, ogni settimana, ogni giorno di più, un poco “guerrafondai” contro i nostri vicini. Un po’ quello che si è rimarcato a più riprese a Hillary Clinton, talmente impresentabile che – appunto – ha vinto un altro impresentabile.
Peggiore o migliore è presto per dirlo, ma il mondo ha già ben chiaro da che parte stare. L’America vera, come ha rimarcato Vittorio Zucconi, ha dato il suo voto di protesta, tirando su un ennesimo muro.
Poi sono passate le notizie della legalizzazione a scopo terapeutico in alcuni stati, e della pena di morte ripristinata in Nebraska: paradossi di voto, e in questo ultimo caso baratro totale.
Checché se ne dica, e la buttiamo sul pessimistico, c’è poco da stare allegri: perché non siamo uniti, non siamo empatici, e al di là di quella grande lingua universale che è l’inglese ancora, ancora e ancora, il mondo ha ben dichiarato di guardare al proprio orticello.
Trump ha vinto incitando all’esclusione, ricorrendo alla retorica anti-immigrazione, soffiando sulle braci (già ardenti) dell’islamofobia. Il muro che, ognuno di noi forse nel profondo, sogna di costruire per salvarsi dall’alien – come viene definito in gergo lo “straniero” in lingua americana. E oggi, più che mai, sembriamo tutti stranieri davanti a una profezia impossibile. (MB)

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