Categorie: Il fatto

I soldi che non hanno valore

di - 21 Gennaio 2015
La direttrice generale di Oxfam International, Winnie Byanima, l’ha definita “ineguaglianza globale”. Che cos’è? Una mostruosa forbice sociale. Che novità direte voi, da sempre ci sono i ricchi e ci sono i poveri. Verissimo, peccato che secondo le previsioni di questa tendenza, discusse ieri in Svizzera proprio dall’agenzia Oxfam, nel 2016 l’uno per cento della popolazione mondiale sarà più ricca di tutto il restante 99 per cento.
Che vuol dire? Esattamente quello che leggete: la ricchezza di un singolo individuo sarà superiore a quella sommata dalle restanti 99 unità su 100. Una profezia di Nostradamus? No, perché anche Credit Suisse, lo scorso ottobre, aveva già messo nero su bianco questa percentuale che ha dell’incredibile.
Cosa significa? All’atto pratico che siamo tutti più poveri (chi un po’ meno, chi un po’ di più) di fronte ad alcune potenze di fuoco che ormai abbiamo imparato anche a conoscere discretamente e che vengono da Russia, Medio Oriente e pure America Latina; sul piano della filosofia spicciola che, finché non si salta dall’altra parte della staccionata, anche il nostro lavoro vale poco, o niente.
Questa roba avrà delle ricadute sull’arte? Per esempio che tesori, capolavori e, senza bisogno di ricorrere a questi paroloni, semplicemente opere, ma di quelle buone davvero, saranno sempre più concentrate nelle mani dei ricchi e dei nuovi ricchi del mondo. Che per esempio ci saranno musei pubblici (occidentali) incapaci di competere con i grandi ricchi privati. Che una storia come quella del quadro di Cézanne, I giocatori di carte, battuto all’asta nel 2012 per 250 milioni di dollari sborsati da un membro della famiglia reale del Qatar sarà destinata a ripetersi, mandando all’aria il mercato dell’arte.  
Del resto l’arte ce lo insegna da tempo: c’è il mercato di classe A, un po’ come gli elettrodomestici di ultima generazione, che rimbalza le sue cifre astronomiche da un capo all’altro del mondo, e c’è un mercato inferiore e, se possibile, un mercato “povero” che è anche – in questo caso – la stragrande maggioranza dell’economia del settore, che dà dunque “da mangiare” al maggior numero di addetti ai lavori, giusto per restare nel campo che ci appartiene. Dunque i nostri soldi, il nostro impegno, il nostro quotidiano (e usiamo il plurale perché ci riferiamo al 99 per cento del mondo, non solo ad artisti, critici, giornalisti o galleristi) vale meno di niente rispetto agli averi di qualcuno. E si sa, per un ricco-ricchissimo quel che vale nulla non merita nemmeno di essere preso in considerazione. E così, su questa strada, anche i mercati già profondamente divisi tenderanno ad allontanarsi sempre di più. Con il risultato che la classe A dei ricchi utilizzerà costosi elettrodomestici a basso consumo, mentre le altre classi continueranno a usare la dote della mamma o della nonna o altri prodotti di seconda, terza o quarta scelta, che consumeranno più energia e che quindi influiranno negativamente sulle utenze, piegando ulteriormente il welfare famigliare dei meno abbienti.
Questa metafora casalinga ci serve per dimostrare che il gatto, come sempre, si morde la coda. Il problema, ora, è l’antidoto a questa sua schizofrenia. Come rientrare nei ranghi? Come far sì che la spesa del mondo, che si vuole sempre in crescita, gonfio e gonfiato – ed ecco il risultato – possa tornare ad essere se non equa e solidale (per carità, le utopie sono morte) almeno un po’ più ripartita? Dove il meccanismo si è inceppato? Oppure, altro punto di vista: non è che questi capitali appartenenti all’1 per cento talmente lievitati sono una sorta di ologramma? Se si rapporta tutto il mondo con questi numeri è fuori discussione che tutti appariremo più poveri, ma solamente perché abbiamo alzato a dismisura il metro di paragone, mentre all’atto pratico tutto resta – se possibile – calibrato, o di certo senza divari così mostruosi come quelli che appaiono oggi nella percezione occidentale, da sempre abituata freudianamente all’invidia di chi ne ha di più.

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