Categorie: Il fatto

Impara l’arte, perché è politica

di - 28 Agosto 2015
Patrick Brill è un’artista che più che polemico cerca “contenuti” sull’arte. Di che genere? Quelli che mancano, si potrebbe dire. La miccia scatenante è in scena ora allo Yorkshire Sculpture Park, in una mostra intitolata “Art for All” che ha indagato anche l’Archivio Nazionale di Educazione artistica.
Scoprendo che se dopo la seconda guerra mondiale la storia dell’arte e della creatività in Gran Bretagna hanno assunto valore nell’insegnamento, i toni si sono via via smorzati, inchiodando – anzi relegando – l’arte al di sotto di altre discipline.
Un viaggio cronologico che vale la pena ripercorrere, anche perché Brill arriva alla conclusione che ben sappiamo: l’educazione artistica, nelle scuole e nella vita quotidiana, è minacciata non solo dai tagli del governo ma anche da un’ideologia tacita che suggerisce l’arte come elemento non davvero importante per il benessere economico e sociale di una nazione.
Dove inizia il rivolgimento? Brill spiega che, nel caso inglese, tutto ha preso forma con
Kenneth Baker [segretario all’istruzione sotto Margaret Thatcher, nel triennio 1986-1989], convinto che l’arte non fosse espressione ma un’abilità individuale, e dunque artigianale.
Poi ci sono i conservatori, che da una parte all’altra del mondo considerano l’arte solo una stupida storia. «I politici non sembrano capire l’importanza fondamentale di qualcosa come il design, che sta alla base della produzione», afferma Brill. E via, così, verso regimi oppressivi e, aggiungiamo, depressivi.
Se poi ci si aggiunge che il contemporaneo, in Inghilterra ha fatto grandi soldi con gli YBA, e con opere che gli oligarchi hanno sempre tacciato come “cazzate”, il gioco è fatto.
Da un capo all’altro, insomma, il pensiero è comune. Dunque, in Italia, da dove si può iniziare a scavare? Non tanto per chiarire come si sia arrivati allo smantellamento del pensiero sull’importanza dell’arte di oggi, quando per rimetterlo in moto. Per verificare di nuovo, sulla nostra pelle, come un pensiero colto sul progetto possa ristabilire una democrazia, la cooperazione, le intenzioni di sviluppo di un Paese. Un vecchissimo convegno curato da Lea Vergine, a San Marino, era stato intitolato “Arte: Utopia o regressione”. Alla luce dei fatti nulla è più lampante che, senza le stesse utopie dell’arte, avremo da mangiare solo regressione sociale. (MB)

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