I social network, o meglio, quello che vi scriviamo, sono fatti privati? No. E in quanto pubbliche esternazioni, godono della possibilitĂ di âcondivisioniâ. Ma non di plagio. Lâultima lezione arriva con lâesperienza di Olga Lexell, professione âbarzellettieraâ di Los Angeles, che ha visto scippate le sue freddure (in 140 caratteri) su twitter, ripostate spesso da account fake come pillole di umorismo âanonimeâ.
Un danno dâimmagine, e un diritto non rispettato, quello dellâautrice, che Twitter gli ha riconosciuto, cancellando alcuni cinguettii presi e ripubblicati senza citare la fonte e, manco a dirlo, senza usare il famoso âretweetâ.
E allora? E allora si apre di nuovo una frattura su quello che è la patria potestĂ dellâopera e del suo âappropriazionismoâ, corrente talmente in voga che Richard Prince ci ha fatto affari dâoro, non in ultimo con la bella serie di fotografie rubate su Instagram, anche se qui gli autori sono tutti in bella mostra (anche se un poâ arrabbiati, visto che manca il consenso). Ma quale consenso, però, se accettando lâuso del social media si accetta di spiattellare la propria vita sulla rete, con annessi e connessi?
Ma per i testi, per la proprietĂ letteraria, sarebbe dunque diverso che per unâimmagine? Può la parola scritta avere un valore maggiore e il bisogno di una maggiore garanzia rispetto a unâicona? E le notizie, sono di chi le scrive o di chi le fa proprie? Anche stavolta le carte sembrano confuse, e la possibilitĂ di âsegnalareâ, cancellare o rivedere un post non fuga i dubbi sulle veritĂ dâautore: nel palcoscenico globale non ci si stupisca se un concetto, creato da un individuo specifico, diviene ad appannaggio mondiale, senza note per gli autori: è la legge dei grandi numeri, bellezza! (MB)