Categorie: Il fatto

L’Italia non è più un bel museo

di - 22 Gennaio 2015
Poco meno di due minuti di discorso, subito tacciati come imparati a memoria, per fare una buona impressione al vertice di Davos. Parliamo del Premier Renzi, che cita il latino Carpe Diem per parlare del futuro dell’Italia.
Certo, è vero che la politica spesso ha bisogno di discorsi semplici, ma non semplicistici. Poi arriva quello che potrebbe essere un tonfo in piena regola: «L’Italia non è solo un luogo dove trovare moda, eleganza e lusso. È piuttosto il luogo che può rappresentare un “innovation lab”, un laboratorio di innovazione per l’Europa. Per arrivare a questo servono crescita e riforme». E chiama l’Europa, e la Banca Centrale Europea, in aiuto.
Quasi un appellarsi a “Dio”. Insistendo, appunto, su innovazione e crescita. Come se nessuno, in Italia, lo avesse mai detto (detto, appunto, provato, bah).Vedendosi comunque piombare i soliti bastoni tra le ruote, attraverso una serie di mancate riforme che non hanno aiutato la cosiddetta “uscita dalla crisi”, né tantomeno – sempre perché vogliamo restare vicini al nostro campo – quelli che sono anche i lavori creativi, magari abbassando quella maledetta IVA che oggi corre al 22 per cento, e che fa fuggire potenziali acquirenti di ogni genere di “Made in Italy” a comprare all’estero, magari gli stessi prodotti tricolori.
E ancora Renzi afferma: «Il futuro dell’Italia è oggi. Non saremo più solo un bel museo». Però! Bella fiducia che si dà a quella “fondamentale” cultura con cui prima non si mangiava e poi sì, e che oggi si tenta per certi versi di riformare anche con buone iniziative, venute per esempio dal Ministero dei Beni Culturali con l’Art Bonus, di cui abbiamo lungamente parlato.
Senza essere un “bel museo” forse sarà difficile anche iniziare ad essere quell’innovation lab che il Premier reclama, e che è il sogno di ogni Paese civile.
Ma, sempre parlando per frasi fatte, l’innovazione viene dalla tradizione, e dalla promozione di essa: con cosa si può pensare di generare economia? Forse, ancora una volta e come se non bastasse, abbiamo la conferma che nel profondo nessuno crede a una possibilità di riscatto attraverso il “bel museo”, anche se vecchio.
D’altronde è difficile applicare all’antico uno sguardo contemporaneo senza rischiare di vituperarlo. E allora basta, chiudiamolo questo museo, o lasciamolo da parte. Per fare un “innovation lab”, termine che – passateci la spocchia – nessun designer di provincia userebbe nemmeno più. Soprattutto perché si continua a non capire con quali idee profonde si possa agire, finalmente e non dire. Staremo a vedere.

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