Le trasmissioni riprenderanno il 28 luglio, anche questâestate. PerchĂŠ lâesperienza di âRadio Ghettoâ non è nuova, ma confinata un poco agli stessi abitanti del ghetto (almeno finora), che poi è Rignano Garganico, in provincia di Foggia.
Qui da anni vivono braccianti immigrati africani, che tutto il giorno lavorano nei campi e a turno si mettono dietro i microfoni di una redazione-baracca (come le âcaseâ dove vivono) e tentano di raccontare ai loro âcolleghiâ e non solo la situazione attuale della loro condizione e, di riflesso, anche del nostro Paese.
Eppure, da questa immensa bidonville italiana, da fine mese si raggiungeranno gli ascoltatori di tutta lâItalia (grazie a Radio Popolare e ad un network di radio locali) e di un pezzetto dâAfrica, specialmente in quei Paesi da dove si fugge per venire a cercare fortuna al ânordâ. Mentre poi ci si ritrova al sud, invece, sfruttati, sottopagati e schiacciati dal caporalato, con la sede delle trasmissioni andata casualmente a fuoco due volte e una serie di intimidazioni quotidiane.
E invece stavolta si andrĂ in onda, per 12 ore al giorno e per un mese, in lingua wolof del Senegal e in bambarĂ del Mali, meno frequentemente in inglese, francese e italiano, per parlare ai 700mila lavoratori immigrati regolari e irregolari che vivono in Italia, e per gli stessi abitanti della baraccopoli (oltre mille e 500), che viene descritta come un luogo assurdo, ma che vive di un grandioso senso di comunitĂ , e riesce a funzionare con un suo perfetto, pacifico equilibrio, come riporta Matteo Macor dalle pagine di Repubblica.
Un esperimento diventato una necessitĂ , che hai voglia a definirlo una âscultura socialeâ, âarte partecipativaâ et similia, ma che è una vera finestra sulla libertĂ per chi vive senza dignitĂ alcuna, in condizioni al limite dellâumano e che, anche il nostro civile stato, fa finta di non vedere.
Via radio si informano i nuovi arrivati su leggi e diritti italiani, si parla dello sfruttamento lavorativo e si socializza. Si fa gruppo, ci si sente meno soli. Potere della condivisione e della buona musica, della voglia di costruirsi un futuro che da queste parti è un miraggio come unâoasi in un deserto, o in un campo di pomodori in pieno sole, a luglio.
Lâunica cosa da fare, almeno per cominciare? Starli a sentire, e se proprio non si comprenderĂ lâafricano, saranno le canzoni a parlare. E il riscatto, anche se ancora lontano, passerĂ di sicuro da queste parti. (MB)