Categorie: Il fatto

Università della terza età. Per tutti

di - 23 Gennaio 2015
Non è un allargamento democratico a favore dei tanti anziani che popolano il nostro Paese. È che l’università in Italia è un posto per vecchi. Sentite qui: età media: 60 anni. Quote rosa? Poco più del 35 per cento. Ma soprattutto solo quindici, su oltre 13mila, ha meno di 40 anni. Ecco il ritratto dell’Università italiana, o meglio, del suo corpo docenti. È l’ultima inchiesta che Gian Antonio Stella ha portato alla luce per il Corriere della Sera, che traccia una vera zona d’ombra su quel momento fondamentale che è l’istruzione. Nessuno, in Italia, è insegnante ordinario con meno di 35 anni e i ricercatori (under 30) che affiancavano i docenti sono in ribasso del 97 per cento dal 2008.
I giovani dove sono? Sono stritolati dai turn-over, e in questo caso ne viene assunto uno ogni due docenti che vanno in pensione. Il problema è che i “giovani” professori, non sono più nemmeno tali. Almeno all’anagrafe.
Eppure i nostri pargoli sono bravi, e oltre a scappare all’estero (tantissimi, tra cui il caso del 33enne Pasquale Borea, salernitano, diventato preside alla Royal University for Woman, nello stato arabo del Bahrein, dove insegna diritto internazionale), sono anche i sesti al mondo nella classifica dei progetti per ricercatori junior e ottavi per articoli pubblicati sulle maggiori riviste scientifiche. Ma di rientro di cervelli non si parla, tantomeno di riformare la nostra classe docente. Il risultato? Solo il 14 per cento in Italia si laurea, abbandonando gli studi perché già tristemente consapevole – e forse poco battagliero – di un futuro che si vede sfumare prima del tempo.
Un futuro che, invece, è ad appannaggio di chi dovrebbe andarsene in pensione. Sapete chi ha fatto bastian contrario a questo andazzo? Giuliano Ferrara, che resterà al suo Foglio solo come editorialista, mentre assumerà il ruolo di direttore il giovane Claudio Cerasa, classe 1982. Un under 35!
Già, perché all’Università funziona esattamente come nel mondo dell’arte: tutti a premiare giovani, con cifre più o meno misere, e se si hanno più di 35 anni la partecipazione alla stragrande maggioranza dei concorsi è bandita. E si finisce sempre per “spingere” i grandi nonni (di cui vi raccontiamo anche nel nostro Exibart.onpaper 89, in questi giorni distribuito ad Arte Fiera).
Ora, non c’è nulla di male ad apprendere, ascoltare e imparare dai “vecchi saggi”, ma come ha ricordato uno di loro – saggio davvero, Umberto Veronesi – «La guerra si fa con i giovani». Non è una guerra cattiva, non è sanguinaria. È la guerra dei giusti, di coloro che devono avere l’opportunità di affacciarsi al mondo, di crescere, di sperimentare, di avere spazio per mettere a frutto idee e scoperte. Proprio ieri commentavamo le parole del Premier Renzi, che ha parlato di rendere l’Italia un “innovation lab”. Bene, potremmo proprio partire da qui, visto che ora il Belpaese sembra essere rimasto un ospizio.

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