L’Academy Award riconosce questa
categoria solo dal 2002. A partire da quella data, cioè dall’anno in cui
l’Oscar fu assegnato al primo Shrek di Andrew Adamson e Vicky Jenson, in dieci anni la Pixar è riuscita a conquistare per ben sei
volte l’ambita statuetta. Il primo titolo ad aver ottenuto il premio come
miglior film d’animazione fu Alla ricerca di Nemo (2004). Seguito da Gli
Incredibili (2005), Ratatouille (2008), Wall-E (2009), Up
(2010) e, finalmente e infine, anche l’ultimo episodio di Toy Story. Toy
Story 3 – La grande fuga ha meritatamente trionfato nell’edizione 2011,
conquistando anche un’altra statuetta (l’unica generalista a essere assegnata a
un film d’animazione), e cioè quella per la migliore canzone originale. Si
tratta di We belong together di Randy Newman.
Il primo grande merito della
Pixar – che, lo ricordiamo, fu acquistata dalla Disney nel 2006 per 7,4
miliardi di dollari – è di calibrare e dosare in modo quasi maniacale ogni
componente estetica e contenutistica. I film d’animazione realizzati dalla
Pixar utilizzano tecniche avanzate che, grazie a un’attenta regia prettamente
cinematografica, esaltano l’abilità nell’animazione rendendo ogni prodotto un
format d’eccellenza. Ma non trascurano neppure i contenuti, che spesso offrono
livelli di lettura differenti e declinazioni variegate, adatte a un pubblico di
ogni età.
Queste due componenti trovano la
perfetta sintesi nel prodotto confezionato ad hoc per il grande pubblico. Gli
autori della Pixar sono infatti ben consapevoli di realizzare un blockbuster di
qualità. Ed è per questo che meritano ampiamente tutto il bene che si dice e si
scrive di loro.
Tornando a Toy Story 3 –
il migliore della trilogia – è bene chiarire che la saga volge al termine con La grande fuga. Sì, non ci sarà mai un
quarto episodio. Tutt’al più, gli stessi protagonisti torneranno a farci visita
in un nuovo corto animato che potrebbe essere proiettato in sala prima di Cars
2. Il film, di per sé, è comunque un capolavoro. Perché migliora la tecnica
(e quindi l’animazione), perché si rivolge a un pubblico d’ogni età (cosa che Up
proprio non riusciva a fare), perché racconta temi universalmente comprensibili e sviscerati sia dal punto
di vista antropologico che sotto un profilo psicologico e sociale.
A volte il film si fa persino
dark, ed è capace di inanellare una serie di citazioni popolari – Spiderman
e Mission Impossible, solo per citarne un paio – che contribuiscono alla
costruzione di una struttura narrativa fluida e interessante anche per chi
mostra diffidenza di fronte all’animazione contemporanea. Ah, la sceneggiatura
non ha buchi. Non un solo scivolone. E questo, per una Pixar che nella sua
settimana più produttiva è riuscita a sfornare poco più di 3 minuti di
animazione, fa davvero gridare al miracolo.
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