Categorie: lavagna

CONTROPELO

di - 18 Dicembre 2018
Nella sua “Storia della Bellezza” Umberto Eco, riferendosi all’opera di Giuseppe Arcimboldo (seconda metà del ‘500) sostiene che “ritrae una Bellezza che è tale non in virtù di una regola oggettiva, ma solo grazie al consenso del pubblico, “dell’opinione pubblica” delle corti”.
Dopo secoli di grande attenzione alla proporzione, alla bellezza oggettiva e all’armonia, la Bellezza diviene tale perché così riconosciuta dall’opinione pubblica. In quel passaggio si inserisce un principio di “democrazia” della Bellezza e dell’Arte che ha portato a molti capolavori e altrettanti catastrofi.  Oggi, viviamo nell’epoca dell’opinione pubblica. Politici, artisti, economisti e manager sono sempre in balia (e al tempo stesso alla guida) dell’opinione che una comunità di “interesse” esprime in merito al loro operato.
In politica, così come nell’arte, quindi, al centro dello “sviluppo” è necessario che chi “giudica” tenda ad essere sempre più preparato ed esigente. Quando ciò non accade, in economia come nelle sale di teatro, si tenderà ad avere un risultato scarso, che mira a fornire ciò che l’opinione pubblica “vuole”, e non ciò che necessita.
Il ruolo di una mostra che vuole considerarsi importante, in quest’ottica, è cruciale. Essa non può prescindere dallo scopo di “formare” il gusto. Portare all’attenzione di “tutti” un modo di intendere l’arte, i rapporti sociali, la tecnologia e, in poche parole, il “mondo”.
Probabilmente, la stragrande maggioranza delle grandi mostre non assolvono a questo compito. Spesso sono semplicemente un modo per poter “fare cassa” e rendere la “cultura sostenibile”.
Ma non è con i conticini del contabile che la cultura diventa sostenibile. La cultura è sostenibile quando attraverso di essa si generano valori.
Perciò, se da un lato i musei devono guardare ai centri commerciali (sviluppo di idee e capacità di attrarre grandi flussi di pubblico) dall’altro dovrebbero guardare ad Arcimboldo (formazione del gusto).
Usare l’effetto “vetrina”, insomma, come “arma”, piuttosto che come “risultato”.
Stefano Monti

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