La cultura ha bisogno di risorse; lo Stato non ne ha a sufficienza; câè dunque la necessitĂ di un aiuto da parte di soggetti privati. Sillogismo ineccepibile.
Eppure si tratta di un sillogismo che non esaurisce affatto la questione, essendo molto evidente la necessitĂ di chiarire le modalitĂ con le quali mettere in atto questa sinergia.
Ma cominciamo con lâesaminare le ragioni per le quali questa è una discussione che ha un verso politico prima che economico. Lo ha senzâaltro e innanzitutto perchĂŠ, come recita lâarticolo 9 della Costituzione, spetta alla Repubblica promuovere lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica, nonchĂŠ tutelare il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. La questione è dunque stabilita da un principio fondante politico, contenuto in quella che è la legge fondamentale, se preferite la prima legge, della Repubblica Italiana e che regola il nostro essere cittadini uguali e con la possibilitĂ di essere ugualmente sviluppati (art.3).
Al momento questo principio è ineludibile e non soggetto a variabili interpretative.
Uno dei pregi della nostra Costituzione è la chiarezza del suo testo, determinata dallâesattezza delle parole e dalla sintesi esemplare con cui sono redatti gli articoli. Si dirĂ che la Costituzione è stata approvata nel 1947 e che dunque i tempi sono sensibilmente mutati. Affermazione tanto vera quanto retoricamente fasulla, perchĂŠ se è difficile negare cambiamenti di molti aspetti sociali, culturali e cosĂŹ via, di certo non possiamo dire lo stesso per i principi che regolano la nostra vita insieme.
Analizziamo dunque meglio, e non interpretiamo, quanto affermato dallâarticolo 9. Ci sono due temi che vengono posti sotto lâazione della Repubblica, della cosa pubblica: il primo riguarda la promozione dello sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica; il secondo si concentra sulla tutela del paesaggio e del nostro patrimonio storico artistico. Per questâultimo aspetto non posso che rimandarvi, a proposito dei rapporti tra pubblico e privato, alle ineccepibili argomentazioni di Privati del patrimonio di Tomaso Montanari, edito da Einaudi nel 2015. Buona parte di esse valgono anche per la prima parte, e nel nostro specifico per quellâambito che oggi definiamo come ricerca e produzione culturale contemporanea. Ovviamente non tutto. Bisogna infatti cominciare a fare delle distinzioni tra questi due ambiti diciamo temporali, perchĂŠ quando si parla di cultura in Italia si fa pressochĂŠ unico riferimento al nostro patrimonio artistico storico. Lo fanno la maggior parte dei politici cosĂŹ come la maggior parte delle aziende, che appunto scelgono molto spesso di destinare le proprie risorse al restauro e alla valorizzazione di monumenti che afferiscono al proprio territorio, o altrimenti dotati di grande visibilitĂ , piuttosto che impegnarsi a sostenere progetti, ricerche o istituzioni contemporanee. Le ragioni dipendono certamente dallâelevata riconoscibilitĂ culturale del nostro passato, che bene o male è parte della formazione scolastica di quasi tutti noi, e che gode di conseguenza di unâimmediata individuazione come âprodotto dâarteâ dotato di tutte le certezze estetiche del caso. Tanto per capirci tra Caravaggio e Boetti, la scelta per un investimento in tutela e sostegno nel 99percento dei casi cadrĂ sul primo.
Non si tratta qui ovviamente di aprire un assurdo contenzioso sul maggiore o minore valore artistico tra passato e presente, quanto di sottolineare da un lato la pericolositĂ di una univocitĂ di senso con il quale si sta usando la parola cultura in Italia, e dallâaltra di denunciare la mancata applicazione di un articolo essenziale della nostra legge fondamentale. Due argomenti che inevitabilmente sâincrociano in piĂš punti.
La pericolosità è chiaramente inscritta nellâesclusione del nuovo dallâorizzonte culturale di un presente nel quale pure si è. Naturalmente è unâesclusione che ha immediate ripercussioni gestionali nonchĂŠ dâinvestimento sul settore. Il Decreto Cultura del Ministro Franceschini, divenuto legge il 29 luglio del 2014, con lâintroduzione dellâArtBonus prevedeva la deducibilitĂ del 65percento delle erogazioni liberali effettuate in ciascuno dei due periodi dâimposta successivi al 2013, per poi passare al 50percento delle erogazioni liberali effettuate nel periodo dâimposta successivo al 2015. La legge di stabilitĂ del 2016 ha poi reso permanente queste quote con limiti di spettanza del credito pari al 15percento del reddito imponibile per persone fisiche ed enti che non svolgono attivitĂ dâimpresa, mentre per i titolari di reddito dâimpresa la spettanza è stata fissata al 5permille dei ricavi annui. Ma appunto gli interventi che prevedono lâapplicazione dellâArtBonus sono: âa) Interventi di manutenzione, protezione e restauro di beni culturali pubblici; b) Musei, siti archeologici, biblioteche e archivi pubblici; c) spese dâinvestimento per Teatri pubblici e Fondazioni lirico sinfoniche.â. Come si vede nulla di esplicito riferito alla contemporaneitĂ .
In definitiva dai beni culturali del passato si può tirare fuori del denaro accrescendo soprattutto il loro appeal turistico â e tralascio qui le molte argomentazioni di dubbio, perlomeno, sulle conseguenze prevedibilmente disastrose derivanti da una tale grossolana impostazione metodologica -, mentre da quelli contemporanei no.
Viene da sorridere considerando che il 99percento dellâarte contemporanea dipende dal sostegno dei privati per mezzo ovviamente del mercato, che direttamente o meno provvede a sostenere la ricerca. Senza contare che dal nord al sud della penisola è lâattivitĂ delle fondazioni private a svolgere un ruolo decisivo nella scena espositiva italiana. Mentre i musei pubblici, tutti dipendenti da amministrazioni locali o regionali, tranne il Maxxi, hanno, chi piĂš chi meno, evidenti difficoltĂ di finanziamento pubblico, con la conseguenza di non riuscire a fare programmazioni espositive coerenti, trovandosi spesso costretti ad accogliere proposte prefinanziate. Una vulnerabilitĂ resa ancora piĂš grave dal fatto che il sistema museale del contemporaneo in Italia è parcellizzato e privo di regole comuni, partendo dalla diversificazione delle modalitĂ di nomina delle direzioni e arrivando fino alla mancata definizione della loro mission, in particolare nei confronti del territorio sul quale insistono. Questioni che sono senzâaltro tra le cause sostanziali dellâincapacitĂ di dare forma ad un sistema forte dellâarte italiana. Il decreto-legge cultura, ma piĂš in generale il disinteresse verso il contemporaneo da parte della politica, determinato da unâevidente insufficienza culturale dei suoi protagonisti e nondimeno dalla convinzione che il sistema funzioni bene o male a prescindere da interventi legislativi dedicati, sta producendo dunque un arretramento dellâarte italiana sulla scena internazionale, ma anche e soprattutto unâinvoluzione della ricerca e della qualitĂ fruitiva.
Ci sono poi conseguenze indirette, ma non per questo meno importanti, riconducibili a questa tendenza a considerare il patrimonio storico come la ânostra culturaâ. Una fra tutte è individuabile nella recente necessitĂ dellâarte contemporanea di scegliere ambientazioni espositive, e spesso anche di relazione di senso, proprio con il nostro patrimonio storico, suscitando piĂš di un dubbio sulla coerenza culturale di tale opzione,
come da me giĂ segnalato qualche tempo fa. La facilitĂ delle suggestioni indotte da location straordinarie, alle quali spesso si dice che gli artisti stranieri e il pubblico non possono resistere, cosa che invece capita altrettanto spesso con i nostri musei contemporanei con scarsissima capacitĂ di attrazione, diventa cosĂŹ lâulteriore causa della diminuzione di visitatori nei centri del contemporaneo ma, anche e prima, dellâopportunitĂ di investire nella loro costruzione e attivitĂ . PerchĂŠ infatti andare in un museo dâarte contemporanea, se puoi vedere una mostra dello stesso genere in un museo dâarte antica o in unâarea archeologica? Chi non sceglierebbe di avere due al prezzo di uno? E perchĂŠ un curatore non dovrebbe progettare una mostra in un luogo storico, data la maggiore facilitĂ di reperimento di risorse?
Ma è anche lâidea di trasmettere un vincolante rapporto con il passato a determinare perplessitĂ su un modello espositivo che, nella sua pur affascinante unicitĂ , produce un distacco dal senso dellâarte di oggi, finendo per marcare unâulteriore diversitĂ da quanto in atto sulla scena internazionale. E questo non solo da un punto di vista della produzione ma anche, e forse in modo piĂš decisivo, da quello della fruizione e della didattica conseguente. Lâimplicito senso di continuitĂ che si stabilisce attraverso questa pratica tra contemporaneo e antico, è infatti ingannevole e fuorviante e alla lunga non potrĂ che produrre lâennesima difficoltĂ verso la comprensione dellâarte del presente.
Le responsabilitĂ della politica, il peso delle sue decisioni, sono dunque fondamentali, e la mancata applicazione dellâarticolo 9 della Costituzione, come di provvedimenti suppletivi capaci di incentivare e regolare in modo uniforme sul territorio nazionale lâintervento dei privati, è senzâaltro un vulnus al quale si dovrĂ porre rapidamente rimedio, anche e solo in nome del rispetto della legge.
A proposito poi delle regole con cui attuare la sinergia tra pubblico e privato, è evidente che indipendenza e rispetto dellâautonomia delle direzioni artistiche e scientifiche dovranno essere esplicitamente previste. Il caso che a suo tempo, nel 2014, si profilò nella relazione tra Macro di Roma ed Enel, con lâipotesi allora piĂš che probabile di un museo pubblico che stava per essere praticamente ceduto ad unâazienda, in nome della solita mancanza di risorse e piĂš credibilmente per un disinteresse dellâamministrazione presieduta da Ignazio Marino, deve essere infatti considerata unâeventualitĂ sempre altamente probabile e verso la quale agire dunque in modo sistemico e preventivo. Porre dei limiti al privato, alla sua presenza nello sviluppo delle strategie del museo, non significa affatto svalutarne lâimpegno, quanto al contrario renderlo trasparente e quindi maggiormente apprezzabile dalla collettivitĂ . PerchĂŠ la trasparenza è partner indissolubile della legalitĂ e sarĂ bene cominciare a pretendere sempre e in ogni caso il rispetto di questo principio essenziale.
Raffaele Gavarro