Categorie: lavagna

LA BIENNALE DI… | | PAOLA UGOLINI

di - 15 Maggio 2017
Appena rientrata da Venezia rifletto su tutto quello che ho visto e cerco di trarre delle conclusioni e di rispondere alla domanda di rito che addetti ai lavori e non mi hanno cominciato a fare già da martedì scorso. Allora, com’è questa Biennale? Questa Biennale non è stupefacente come quella di Massimiliano Gioni, che io personalmente considero la migliore Biennale di sempre per la sua unicità e per la scrittura curatoriale perfetta, e neanche politicamente performante come quella decisamente muscolare di Okwui Ewenzor: questa Biennale è, come ha scritto Alessandra Mammì, ordinata, educata ma non per questo da buttare, come ha suggerito qualcuno.
È vero che l’impressione che si ha entrando sia nel Padiglione Centrale che all’Arsenale sia di un certo Rappel a l’ordre, ma con dei momenti interessanti e alcuni direi anche esaltanti. Christine Macel ha voluto mettere al centro del dibattito l’artista e l’opera ma, nonostante le buone e lodevoli intenzioni, la curatela effettivamente risulta un po debole e a volte slabbrata. Ottimo aver dato spazio ad artisti eccellenti e poco conosciuti (almeno in Italia) come l’inglese John Latham o Hassad Sharif con il suo fantastico Supermaket. Ottimo il padiglione dionisiaco dedicato al corpo femminile e alla sensualità con una fantastica Heidi Bucher e una sorprendende artista femminista libanese: Huguette Caland. Imperdibili Liliana Porter e Alicja Kwade nel padiglione del tempo e dell’infinito. Altri momenti di puro piacere me li hanno regalati Petrit Halilaj con le sue farfalle notturne, Maria Lai, Gabriel Orozco, Ernesto Neto (nonostante gli sciamani parlassero inglese) e quel genio di Kader Attia. Quest’anno poi, dopo ben 10 anni, anche l’Italia ha avuto il suo Padiglione degno di questo nome e che avrebbe meritato una menzione. Comunque i tempi sono bui e gli artisti riflettono il momento creando mondi e storie in cui l’irrazionale e il magico fanno la parte del leone e questo è un dato che deve far riflettere. Meritatissima la vittoria della Germania con una Anne Imhof in stato di grazia per la cruda, fredda e affascinante spettacolarità della sua costruzione scenica disturbante e potente.
Paola Ugolini

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