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La lavagna

di - 10 Maggio 2015
Come avviene già da molti anni girando per la Biennale di Venezia la sensazione è di vedere una sfumatura delle medesima mostra, della medesima idea curatoriale e artistica. Come se andassimo più volte al cinema a vedere lo stesso film giallo, dove cambiano unicamente gli attori e la location ma la storia rimanesse sempre la stessa. Cose da gulag, rimanendo in tema dell’ultimo film di Ridley Scott (Child 44). Quest’anno poi, girando per la Biennale, non si capisce se invece non ci troviamo all’Expo o viceversa. Stessi padiglioni, stessi linguaggi, dove si intrecciano video, performance, fotografie, architetture e design. Guardando lo spot sull’Expo 2015 che tutte le sere il TG1 propone sistematicamente, si può fare un giro virtuale tra i diversi padiglioni nazionali. Guardando le diverse proposte l’Expo sembra effettivamente una Biennale di Venezia “espansa”. Questa sera ho visto un macchinario che è capace di portarti dal deserto più torrido al freddo più intenso (mi ricorda un’opera di Micol Assael); in un altro padiglione vediamo una rete sulla quale le persone possono camminare sospese (come non pensare alla grande installazione di Tomas Saraceno presentata a Milano poco tempo fa?). Se analizziamo meglio le proposte di tanti padiglioni le analogie con il mondo dell’arte e con le tante biennale d’arte sparse per il mondo sono sorprendenti. Quelle stesse biennali d’arte che sempre di più sembrano grandi “luna park per adulti”, dove passare divertenti pomeriggi con tutta la famiglia. Anche il tema generale come la morale di queste grandi manifestazioni sembra coincidere: cosa è l’esposizione universale se non quel “palazzo enciclopedico” proposto da Gioni per la Biennale 2013? La stessa Biennale 2015 curata da Okwui Enwezor ripesca il Capitale di Marx portando la riflessione sulla possibilità di un nuovo ordine sociale e politico. Un grande artista come Joseph Beuys solleva il tema dell’ambiente negli anni 60, mentre il nostro Michelangelo Pistoletto parla di un terzo paradiso come unione del paradiso celeste e il mondo in terra.

Superato questo imbarazzo spazio-temporale tra Biennale ed Expo, possiamo capire quello che è oggi considerata la cultura. Parafrasando un grande studioso potremo dire: “Il luogo è il messaggio”. Ossia un grande parco dei divertimenti, un luna park con tante casette dove intrattenersi e divertirsi in tanti modi.
Viviamo la “cultura del parco del divertimento”, e anche questa Esposizione Universale, come la Biennale di Venezia, non fanno differenza. Una cultura che deve intrattenere, divertire, coinvolgere e permettere assolutamente un’interazione. Inoltre ti devi spostare, devi diventare un turista, sei quasi costretto al cappellino parasole e ad impugnare la macchina fotografica. Poi devi comprare il biglietto e possibilmente partecipare al viaggio organizzato “tutto incluso”. Mi chiedo se non sia più utile fermarsi, e riappropriarsi di una “cultura domestica” che ci possa accompagnare ogni giorno senza costringerci ad un turismo culturale fine a se stesso. Non c’è nulla di male nel frequentare parchi del divertimento o a desiderare di divertirsi, basta però esserne consapevoli. E sapere che quel divertimento non ci servirà a nulla quando ci troveremo al supermercato con davanti prodotti di marche diverse ma fatti con gli stessi ingredienti; la Biennale d’Arte come l’Expo non ci serviranno a niente nella nostra vita quotidiana, nelle nostre relazioni affettive, nel nostro lavoro o nella necessità di costruire un rapporto con l’Altro e il diverso. Una dimensione privata e domestica dove ognuno di noi possa organizzare il proprio Expo e la propria Biennale di Venezia. Con la crisi delle democrazie occidentali l’unico spazio “politico” dove organizzare e realizzare un cambiamento, una rivoluzione, sembra essere rimasto il nostro spazio domestico, privato e locale. I parlamenti e i governi, ormai da anni, adottano politiche di galleggiamento. Questa constatazione fa paura perché responsabilizza il singolo cittadino che nella sua quotidianità si sente incapace e impotente. Molto più rassicurante aspettare, senza successo, un cambiamento che deve arrivare dall’alto, ma che non arriverà mai.

Luca Rossi
www.MyDuchamp.com
www.whitehouse2014.blogspot.com

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