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La lavagna

di - 15 Novembre 2016
Recentemente hanno destato sorpresa e sollievo i risultati di un’indagine statistica campionaria condotta al festival del Giornalismo Culturale. I risultati, in breve, riflettevano il desiderio di un palinsesto televisivo con più contenuti culturali e artistici. Così, di colpo, la svolta: gli italiani vogliono più cultura in tv! Sarà finita l’era dei reality per lasciare spazio a programmi con più alto investimento cognitivo?
Ragioniamo. Per mettere in dubbio questo risultato ci sono due riflessioni complementari. La prima è quella legata alle distorsioni strutturali delle indagini, la seconda è invece inerente una semplice logica di mercato.
Dal punto di vista delle indagini statistiche legate a determinate tematiche, c’è una distorsione di fondo che spesso rende meno robusti i risultati: la desiderabilità sociale. In altri termini, di fronte ad alcune tematiche (e l’arte e la cultura ne fanno parte), le persone tendono a fornire risposte che pur non rispondendo al vero, riflettono quanto gli individui immaginano sia la risposta “giusta”, ovvero quella che presuppongono sia la risposta che l’intervistatore ha piacere a sentirsi dire. Soprattutto se ciò non comporta alcun “costo” da parte dell’intervistato. Vuole più cultura in tv? Ma certo. Per evitare questo tipo di cul de sac, esistono delle indagini che cercano di ancorare l’intervistato alla realtà: quanto sarebbe disposto a pagare pur di avere più cultura in tv? Qui probabilmente, i risultati sarebbero stati differenti.
Il secondo spunto di riflessione riguarda invece le logiche di mercato: se veramente i risultati di questa indagine rispondessero alla realtà, i dati di ascolto dei programmi culturali sarebbero molto più elevati. A questo si potrebbe obiettare che è la bassa qualità dei programmi televisivi che appiattisce verso il basso tali ascolti. Possibile, ma non del tutto convincente. È vero, i palinsesti televisivi non spiccano proprio per presenza di programmi culturali di alto valore, così come è vero che alcuni programmi vengono etichettati come culturali perché c’è una legge che stabilisce la presenza minima obbligatoria di programmi a carattere culturale nelle programmazioni televisive.
Ma è anche vero che gli operatori televisivi hanno tutto l’interesse a fornire ai telespettatori ciò che questi richiedono: la logica di mercato prevede infatti che il costo delle pubblicità sia più alto per i programmi con più forte audience.
E qui c’è la forte differenza che sussiste tra le indagini sulle opinioni e le indagini sul comportamento. Tutti noi neghiamo di aver mai visto il Grande Fratello, eppure il costo di 30 secondi di pubblicità durante le pause del programma è pari a € 110mila. Gli spot in onda durante Ulisse, invece, trasmesso il sabato sera su Rai 3, costano 26.700 euro. Una differenza certo non di poco.
Confrontando questi dati, le uniche conclusioni possibili sono due. La prima è che gli italiani vogliono più cultura in TV. Questo suppone che gli operatori televisivi e le imprese che pagano per mettere in onda gli spot allocano in modo del tutto errato le loro risorse, male interpretando il mercato; oppure che c’è una cospirazione da parte degli operatori televisivi, che porta questi ultimi a ridurre al minimo la programmazione culturale anche se questo fa loro rinunciare maggior introiti attraverso il costo delle pubblicità.
La seconda è un po’ più semplice: le opinioni degli intervistati non rispondono al loro comportamento.

Guardiamo dunque ai dati Auditel e proviamo a guardare quali siano stati negli ultimi giorni i programmi più visti. In data 7 Settembre il record di ascolti è stato quello di Striscia La Notizia con il 21,7% di share e più di 6 milioni di spettatori, seguito dal Grande Fratello Vip  con più di 5 milioni di spettori e il 26,36% di share. Restando in prime time, gli ascolti degli altri contenuti sono stati rispettivamente: poco meno di 4 milioni per il film Fratelli Unici (14,47% di share) e poco più di 2 milioni per Report con uno share del 7,8%. Anche i dati legati alle interazioni social presentano in prima fila il grande fratello, con il picco massimo di 2.386 tweet. I dati riferiti all’11 novembre 2016 rilevano grandi ascolti per il Programma TV Tale e quale show, vista da 4,71 milioni di spettatori e uno share del 21,24% mentre Crozza, su La 7, ha registrato uno share del 7,42%.
Dal punto di vista scientifico sarebbe un errore giungere a conclusioni affrettate. Nulla vieta ad una persona di alternare consumi culturalmente attivi, come un programma di arte contemporanea, e programmi a più basso coinvolgimento cognitivo. È anche vero, tuttavia, che estendendo la ricerca sui consumi televisivi non emerge, di fatto, una grande preferenza per i contenuti culturali.
Certo, il comportamento può essere veicolato, e un maggior livello qualitativo di tutti i programmi non potrebbe fare altro che giovare tutta la popolazione. Ma questa riflessione, tuttavia rientra in una logica che non è quella di preferenze né di ascolti o di Tv commerciale. Analisi di questo tipo prevedono una riflessione strutturata di politica culturale, ed è proprio questo tipo di politiche che mancano nel nostro Paese.
Stefano Monti

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