Categorie: lavagna

Migliore offerta o confuso guazzabuglio?

di - 22 Gennaio 2013
I primi dieci minuti fanno davvero ben sperare: belle immagini, buon ritmo, calcolata ambiguità e soprattutto, l’eccezionale talento di Geoffrey Rush, lo straordinario medico del Discorso del Re, che ritroviamo nei panni di un famoso e sofisticato battitore d’asta, il mitico Virgil Oldman, star delle Auction Houses tra Londra, Parigi, Vienna e Praga. È lui il protagonista de La Migliore Offerta, l’ennesimo tentativo di Giuseppe Tornatore di convincere se stesso e noi di essere un grande regista internazionale, dopo l’Oscar assegnato a Nuovo Cinema Paradiso. E qui il nostro ce la mette tutta per entrare nel mondo dell’arte antica, imbastire una sorta di thriller dalla trama improbabile, fino a scivolare, nell’ultima parte del film, in volgarità degne dei nostri sceneggiati televisivi, che sembrano essere l’unico e vero paragone che gli eredi di Fellini, Visconti e De Sica possano davvero permettersi.

E così, dopo un esordio brillante, le cose si complicano, tra cene in rarefatti ristoranti mitteleuropei e aste internazionali, fino a scoprire che lo schizzinoso Oldman non possiede un cellulare perché ha problemi a relazionarsi con l’umanità, e quindi gira esibendo un campionario di guanti di pelle, che custodisce in un armadio a muro illuminato come una vetrina di Gucci o Hermes.

Ma non solo: Oldman si è messo d’accordo con un compare (uno strepitoso Donald Sutherland) che batte per lui i dipinti più preziosi. Che il nostro battitore milionario (ma ce ne sono in realtà?) custodisce in uno stanzone segreto dietro la guantiera, dove alle pareti ritroviamo centinaia di ritratti femminili famosissimi, dalla Fornarina di Raffaello a donne dipinte da Ingres, Boldini, Dante Gabriele Rossetti, Cézanne, Monet e altri (grande assente la Gioconda di Leonardo: come mai? troppo famosa e quindi riconoscibile anche dal grande pubblico?) nella realtà esposti nelle sale dei grandi musei di tutto il mondo, dal Louvre alla National Gallery di Londra, dal Metropolitan di New York all’Ermitage di San Pietroburgo.

Cosa ci vuoi dire con questa carrellata di capolavori, caro Tornatore, che i musei hanno le copie perché gli originali li ha comprati all’asta Oldman, o che la sua quadreria è fatta di copie, e quindi lui sarebbe anche un falsario? Non ci è dato saperlo, ma in un film dove tutto sembra costruito con minuziosa attenzione, il dettaglio non ci sembra trascurabile. Andiamo oltre: non soltanto Oldman non può toccare i corpi altrui, ma evidentemente neppure frequentare altri colleghi, perché trascorre le sue serate libere (che supponiamo essere poche, visto che dovrebbe essere il battitore più famoso del mondo, o giù di lì) con un improbabile riparatore di orologi e ingranaggi meccanici, il belloccio ma poco significativo Jim Sturgess.

Dulcis in fundo, il mistero dell’identità di una ricca e giovane ereditiera senza volto, che sarebbe rinchiusa in una villa semi abbandonata, che ha più l’aria di un deposito di rigattiere che di uno scrigno di tesori. Per buona parte del film Oldman cerca di vedere colei che, affetta da agorafobia, vivrebbe rinchiusa da anni in un’ala dell’edificio, poi si nasconde dietro una statua e riesce a posare gli occhi su Sylvia Hoeks, bella ma poco espressiva, più somigliante ad una modella televisiva che alla Angelica Sedara del Gattopardo, una Claudia Cardinale intensa e sensuale, o la misteriosa Isabelle Adjani in Adele H una storia d’amore. Niente di tutto questo: la ragazza prova a rendersi misteriosa e interessante, ma con scarsi risultati, che rasentano il paradosso quando improvvisa una stentorea sfilata di abiti acquistati da Oldman per convincerla ad uscire fuori dalla villa.

Tralasciamo il resto, nel ricordare che Luchino Visconti, mentre girava Il Gattopardo, esigeva non solo che tutti gli arredi del palazzo Gangi di Palermo fossero originali, ma anche pieni di oggetti d’epoca appartenuti alla nobile famiglia proprietaria, anche se non venivano mai ripresi dalla macchina da presa, sotto la luce del grande lampadario della sala da ballo che sorreggeva centinaia di candele vere. Tout se tiens, avrebbe detto il grande Luchino. Senza capolavori nelle stanze segrete, battitori miliardari e improbabili costruttori di automi incredibilmente somiglianti al robot di Guerre Stellari, nonostante fossero fabbricati nel Settecento!

Ci spiace per Tornatore: la sua offerta non è la migliore, ma forse lo sarebbe stata con un pizzico di attenzione in più verso un mondo che non conosce ma avrebbe potuto approfondire meglio.

Visualizza commenti

  • La lei del film?
    la tenebrosa agorafobica dal viso inaccessibile?
    Una Quattrociocche tutt'altro che affascinante.

  • D'accordo con la recensione: la trama sembra interessante, e le manie del protagonista creano un'atmosfera curiosa.
    Il tutto cade nel banale quando la razionalità dell'esperto d'arte si appanna nell'inseguire una alquanto improbabile storia d'amore; in aggiunta, la sequela di ritrovamenti dei pezzi che compongono l'automa diventano quasi noiosi una volta che il marchingegno si completa: il ritornello registrato sa solo di pernacchia, senza alcuna morale.

  • Si é vero il mondo dell'arte antica é abbastanza particolare e forse Tornatore non gli da la massima esaltazione ma comunque il film é capibile a tutti e credo sia questo ciò che voleva far intendere. Un ambiente sofisticato dove chiunque può trovare accesso in una trama nemmeno troppo contorta. Buona la prima parte e troppo intuitiva nella seconda.
    Finale non a sorpresa un po confuso nelle sequenze temporali. Morale del film abbastanza esplicito un po banale e forse un po copiato.

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