Categorie: lavagna

Senti chi parla/Gianni politi

di - 12 Dicembre 2014
Per i partecipanti e i viventi del mondo dell’arte una residenza d’artista è cosa nota e oramai anche formalizzata.
Per noi, si sa cosa accadrà, cosa è bene che succeda e se ne conoscono benefici e difetti; spiegarlo al resto del mondo è tutta un altra cosa.
Nelle settimane estive precedenti alla mia partenza per Praga spiegare la mia residenza è stato divertente in quanto accolto con un certo scetticismo il più delle volte. E con lo stesso scetticismo dei miei amici io sono partito.
Quello scetticismo era lo stesso che noto negli sguardi di chi visita una mostra d’arte contemporanea senza la giusta armatura.

L’arroccamento dell’arte contemporanea rispetto al mondo esterno è assolutamente innegabile: per via di questa distanza col mondo reale sono partito pieno di dubbi e curiosità.
Non solo perché si trattava della mia prima residenza, ma anche perché risiedere vuol dire vivere, e in questo caso spostare la propria vita e uscire dal proprio studio, “comfort zone” sia per chi intende lo studio come uno spazio fisico, sia per chi lo intende su un iMac, e ricollocarsi altrove. Un giro di roulette.
Appena arrivato ripassavo nella mia mente i materiali che avrei comprato per il mio progetto. Immaginavo ingenuamente che sarei riuscito a trasferire la mia pratica ovunque, anche nell’umida foresteria che l’istituto mi ha messo a disposizione per vivere e lavorare.
Ed è da questa ingenuità che ho capito il valore e l’utilità di risiedere altrove.
Lontano da Poggi, che a Roma mi fornisce i migliori strumenti per realizzare i miei lavori, mi sono ritrovato solo, senza la possibilità di comunicare agevolmente e soprattutto senza neanche sapere dove andare.

E quindi ogni giorno era necessario muoversi e scoprire, camminando nei luoghi della città. I negozi di belle arti, luoghi per molti artisti sconosciuti, ma che io per necessità di pratica, amo e conosco. In questa dimensione di incertezza tecnica è nato il mio lavoro.
Si è sviluppato così un progetto che fa dell’incertezza il suo valore. L’ incertezza di chi è solo e deve arrangiarsi, spogliandosi di qualsiasi sicurezza. Lontano da chi amo e dalla corte dei miracoli che sono le mie distrazioni.
Perché io lavoro e mi concentro così, concedendomi il cazzeggio, a rischio di sembrare superficiale. E a Praga riuscire a distrarsi è stato impossibile. La città mi respingeva costantemente sia per via del gregge umano che sciama in ogni vicolo di questa perla opaca che a me sembra la capitale ceca, sia per la mia incapacità di trovare spazi di evasione mentali.

E quindi l’istituto, ex monastero, è ritornato luogo di eremiti e per me l’ unica evasione è stata concentrarmi sul perché dipingo, su cosa mi interessa produrre e quali sono le questioni che voglio affrontare e sulle quali voglio far parlare la critica.
La processualità del mio lavoro si è amplificata occupando questo magnifico chiostro superando i confini del mio studio romano e le immagini astratte sono arricchite proprio da questa ambientalità.
I telai che sono riuscito a comprare si sono ubriacati d’acqua e le tele sono diventate le tende bianche di quelle vecchie case al mare.
Alla mostra sono esposti lavori che sono arrembaggi del caso, fuori dal mio controllo per molti aspetti, ma consequenziali del mio percorso in una dimensione interiore lontana dalla natura, ma allo stesso tempo che si nutre della natura che mi circonda. Lavori barocchi fuori da me.

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