La terza presenza straniera nel ciclo White Project vede come protagonista Karin Andersen (Burghausen, Germania, 1966) che ormai da qualche anno vive e lavora a Bologna.
Il concetto di ibridazione è sicuramente la chiave di lettura ideale per interpretare il lavoro della giovane artista tedesca, che attraverso le sue opere crea un mondo fantastico in cui i confini fisici e naturali vengono sfondati in funzione di una rappresentazione fortemente incisiva. Ecco che le immagini escono da una logica antropocentrica dando vita ad esseri che pur mantenendo un comportamento tipicamente umano si differenziano da noi nelle peculiarità fisiche.
L’elaborazione delle opere è molto complessa e si basa solitamente sulla commistione di tecniche diverse, che vanno dalla fotografia alla successiva rielaborazione digitale ed al ritocco pittorico sul prodotto finito.
La serie presentata alla Galleria Marconi fa parte di una poetica sperimentale in cui le immagini, elaborate esclusivamente in digitale, diventano consequenziali: ogni elemento è parte di una logica narrativa forte e precisa che racconta lo sbarco di un’aliena in uno stagno . Anche in queste opere l’artista non si esime dalla rappresentazione degli ibridi, dalla modificazione digitale. L’aliena, infatti, con le sue orecchie a punta e la fronte maculata diventa un simbolo del disagio e rappresenta il senso d’inquietudine provato dall’artista nei confronti dei confini stretti di un universo antropomorfo.
La creazione di una realtà parallela dà modo all’artista di prendere le distanze dal caos della società creandone una proiezione onirica in cui definisce ed analizza con estrema sensibilità i mali del nostro mondo.
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