Tre sedi espositive e molte interessanti iniziative collaterali vengono dedicate in questo periodo al grande fotografo marchigiano Mario Giacomelli recentemente scomparso. Oltre ad essere un grandissimo riconoscimento per il maestro, le tre mostre principali sono anche l’occasione per avere una panoramica completa su oltre cinquant’ anni di attività del maestro. Infatti oltre al corpus completo delle sue opere, compaiono un gran numero di inediti. Ancona Senigallia e Monte Urano, sono le protagoniste di questa importante iniziativa organizzata dalla galleria Photology di Milano in collaborazione con le amministrazioni locali.
Immagini poetiche di straordinaria forza espressiva, i reportage di vita quotidiana (“Verrà la morte avrà i tuoi occhi…”, “Puglia”), le opere di ispirazione land (“presa di coscienza sulla natura”) o quasi astratta (“bando”, “l’infinito”) acquistano , grazie al sobrio allestimento una forza ed un impatto ancora più grande.
Immagini poetiche, appunto, che con una semplicità quasi disarmante raccontano spaccati di vita vissuta (“la terra dei nuovi emigranti”) con una intensità ed una sensibilità assai rari. La semplicità dell’immagine, non va però confusa con la banalità : è infatti l’occhio dell’artista che in questo caso seleziona e media le immagini, che identifica il soggetto facendolo diventare oggetto d’arte e spogliandolo del carattere che lo imprigiona meramente nella sfera dei ricordi. La fotografia non è un rapporto banale nei confronti della natura , nè un semplice rapporto tra oggetto , scatto e pellicola, é molto di più. Giacomelli stesso, invitava, chi intendeva la fotografia come semplice operazione di riproduzione della natura, a prendere in mano la macchina, scattare, e “vedere quello che ne viene fuori”.
Quello di Giacomelli è l’occhio dell’introspezione e dell’analisi, è l’occhio di colui che ispirandosi ad una poesia non ne cede una semplice rappresentazione didascalica, o una volgare illustrazione , ma ne riprende un discorso poetico, e lo continua, sino a realizzarne uno proprio (” A Silvia”, ” Spoon River”).
L’occhio del maestro è l’occhio di chi cerca l’umanità dietro alle tonache dei famosi pretini (“non ho mani che mi accarezzino…”) cogliendoli quasi di nascosto mentre si lanciano palle di neve o fumano grossi sigari.
Il mio personale ricordo del maestro è quello di un anziano signore, vestito di nero con un’enorme cespuglio di capelli ed un tenero sguardo, con un sigaro penzolante dalle labbra, seduto dietro ad un bassissimo banchetto nella sua tipografia e immerso in un acre odore di inchiostro tra i litotipi e le sue foto.
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Ho passato quasi tutto il periodo estivo a fare la "guardiania" in questa mostra e devo amnmettere che più della ricompensa monetaria il piacere maggiore è vedere i volti commossi delle persone che escono, sentire sisbligliare le loro impressioni all'amico/a che hanno al fianco, percepire una viva partecipazione da parte di tutti, dai bambini che riempiono i genitori delle domande più strane , sul perchè ci sono proprio quei visi emaciati e consunti esposti, a chi ritorna tre o quattro volte o rimane dentro i locali della Mole Vanvitelliana (An)per sei ore consecutive.
Io lo conoscevo...anche se questa è una frase che dicono in molti ultimamente...
Si sente dire:
"A me ha rivelato cose intime che agli altri non ha mai detto.." come se fossero prescelti.
Credo che a ognuno di noi, lui sveli un segreto ogni volta che si guarda una sua foto....se si è sensibili, forse...la sua foto ce lo racconterà .
simona