Girolamo Romanino, Deposizione di Cristo nel sepolcro (dettaglio). Courtesy of Bertolami Fine Art
Una Deposizione di Cristo nel sepolcro ad opera di Girolamo Romanino, punta di diamante della pittura lombarda del Cinquecento. Una composizione a tratti claustrofobica i cui protagonisti – il corpo livido di Cristo, la Vergine, Giovanni Evangelista e Giuseppe d’Arimatea – si accalcano maestosi in primo piano, tutti compressi in una dimensione senza spazio, esasperazione tragica, eppure compassata, del loro immenso dolore. «Probabilmente è il dipinto più importante comparso negli ultimi anni sul mercato italiano degli Old Masters», rivelano senza indugi da Bertolami Fine Art. Sarà messo all’asta il prossimo 27 aprile a Roma, nel corso della vendita dedicata ai Dipinti e Disegni dal XV al XIX Secolo. La stima? € 470.000-620.000.
«Un impressionante dipinto», lo definiscono dalla maison, «una clamorosa aggiunta al corpus del pittore». Un pittore che da Christie’s New York, nel 2012, fissava il record con uno straordinario Cristo che porta la croce da $ 4.6 milioni – che meraviglia, allora, quella veste di raso brillante, color rame. Ed eccoli i tratti tipici del Romanino, da Bertolami, magistralmente concentrati in un’unica tela. «Anticlassico e anticonvenzionale», insieme, spiegano dalla casa d’aste, i riflettori puntati non sulla Deposizione dalla Croce, ma sulla Deposizione nel sepolcro, ben meno tradizionale. I panneggi, la materia pittorica, la paletta cromatica, altri caratteri peculiari. E poi le posture dei personaggi («in primo luogo di braccia e mani»), le loro fisionomie, la fronte corrugata e gli occhi sbarrati della Vergine, colta nel pieno dello strazio, quasi in un rantolo silenzioso di dolore. Non ci sono dubbi per il Prof. Alessandro Nova e il Prof. Francesco Frangi, gli esperti interrogati dall’ultimo proprietario: il dipinto – a lungo descritto come opera anonima di scuola lombarda del XVI secolo – è in realtà un vero capolavoro del maestro bresciano. Finalmente riscoperto, finalmente riscattato. E cresce non di poco, sul mercato, il suo valore.
«Nel campo dell’arte antica», commenta Luca Bortolotti, responsabile del dipartimento di Old Masters di Bertolami Fine Art, «le attribuzioni troppo generose si sprecano. Nel caso però di questo superbo olio su tela che già alla prima osservazione denuncia le qualità del capolavoro, le cose sono in prima battuta andate nella direzione di una sorprendente sottovalutazione». E aggiunge: «Nessuna delle annose, appassionate polemiche che solitamente dividono la comunità degli studiosi in presenza di attribuzioni così importanti ha accompagnato la scoperta, data da tutti per certa». Appuntamento a giovedì, a Palazzo Caetani Lovatelli, per l’esito finale.
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