Stefano Cerio ha alle spalle una carriera di ritrattista, iniziata ad appena diciotto anni. Da circa quattro anni si dedica alla cosiddetta “fotografia di ricerca”, con personali a Parigi, Milano e Torino.
Allo Studio Lattuada è proposta una selezione di 20 scatti della serie Machine Man (2003), realizzata a Londra, Roma e Parigi. Aldilà dei differenti formati e supporti, oltre all’utilizzo in un unico caso del bianco e nero, la ricerca di Cerio si può suddividere in due tronconi e in altrettante appendici, il tutto dotato di una unitarietà contenutistica e formale incrollabile.
Un robottino blu e rosso campeggia timido nella sua tridimensionalità, replica maniacale dei balocchi anni ’50 in latta e dettagli artigianali prodotti paradossalmente in serie. Il medesimo deambulante meccanico è co-protagonista di un video (la seconda appendice di cui sopra, datata 2004), ambientato nei desolati viali della zona milanese dell’università Bicocca. La notte rischiarata dai lampioni gialli vede una giovane che cammina in trance, mentre in controcampo alternato procede con determinazione il robot, tre passi e poi altrettante giravolte sul proprio asse, mostrando le oscene luci rosse che lampeggiano all’interno del petto. Quel che sembra un inseguimento stralunato della macchina sulla donna, si rivela essere l’esatto opposto. In un impeto di sadismo miscelato a luddismo esasperato, la donna calcia l’automa semovente e, dopo uno sguardo spietato, lo distrugge a pedate.
Le fotografie sono ancora più ambigue nell’indagare la tematica dell’interazione uomo-macchina. Un primo gruppo presenta i piccoli robot ritratti nitidamente su sfondi urbani che si sfocano su una profondità di campo ridottissima. Gli automi sono talvolta antropomorfizzati e stereotipati (come nel caso di Roxy Robot, cameriera in crinoline che nella “mano” destra reca una paletta o, a seconda delle interpretazioni, uno strumento da taglio che ricorda lo Shining di Kubrick). C’è chi invece fa il verso al classico “omino Michelin”, mentre un altro irride una parata militare in alta uniforme.
Una indagine che non si lascia trasportare da riflessioni troppo mainstream su pregi e difetti dell’iper-contemporaneità, ma che affida proprio al passato prossimo tecnologico il compito di ricordare un possibile futuro.
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