Dirk Van Saene in The Antwerp Six at MoMu – Fashion Museum Antwerp, 2026, courtesy MoMu Antwerp, Photo Stany Dederen
Al MoMu di Anversa, dal 28 marzo 2026 al 17 gennaio 2027, The Antwerp Six celebra i quarant’anni dal cortocircuito che nel 1986 portò Dirk Bikkembergs, Ann Demeulemeester, Walter Van Beirendonck, Dries Van Noten, Dirk Van Saene e Marina Yee fuori dall’orbita belga e dentro la geografia internazionale della moda. Ma la mostra, curata da Geert Bruloot con Romy Cockx e diretta da Kaat Debo, fa qualcosa di più sottile. Non espone un santino generazionale, non musealizza un’etichetta nata quasi per necessità giornalistica, e forse mai davvero voluta come marchio comune. Rimette invece in circolo un clima, una città, un sistema di relazioni. La Royal Academy, il Textile Plan, i club, il punk, i viaggi a Londra e Tokyo, le fotografie, gli inviti, i lookbook, la grafica. All’inizio una timeline compatta ricostruisce il paesaggio culturale e produttivo che rese possibile quella scintilla; poi sei installazioni distinte, ciascuna con il proprio accento, restituiscono la radicale irriducibilità dei singoli percorsi. In fondo, una sezione preziosa sugli ephemera ricorda una verità che oggi pare di nuovo urgente: la moda non è soltanto abito, è linguaggio, postura, immagine, dispositivo culturale. Alla vigilia dell’inaugurazione, la conversazione con Romy Cockx e Kaat Debo rimette a fuoco non solo il mito degli Antwerp Six, ma anche le condizioni che lo hanno reso possibile, e che ancora oggi interrogano la moda europea.
Questa mostra nasce nel segno della celebrazione, ma evita accuratamente l’agiografia. È un omaggio o una rilettura?
Kaat Debo: «È certamente una celebrazione del lascito degli Antwerp Six, ma anche un’analisi del contesto che li ha resi possibili. Ci interessava mostrare non solo i risultati, ma le condizioni, economiche, culturali e creative, che hanno preparato la svolta internazionale. Più che riscrivere la loro storia, proviamo a usarla come leva per parlare di temi che oggi sono di nuovo centrali, come l’autonomia creativa, la paternità autoriale, gli ecosistemi che permettono al talento di esistere davvero».
Il percorso si apre con una cronologia molto densa e poi si articola in sei ambienti distinti. Come si mette in forma una vicenda così nota e, insieme, così dispersa?
Romy Cockx: «Per me il punto di partenza è stato proprio questo: dare una struttura a una quantità enorme di materiali e di informazioni. Geert Bruloot conosce quella storia dall’interno, perché c’era. Il mio ruolo è stato fare domande, colmare i vuoti, verificare i passaggi mancanti, e poi trovare una grammatica visiva capace di tenere tutto insieme. La timeline iniziale nasce così, come un grande tavolo di montaggio. Volevamo che il contesto internazionale restasse leggibile, ma che Anversa emergesse con forza, quasi come un controcampo necessario. È stato un lavoro lungo, molto concreto, fatto anche di autorizzazioni, immagini da rintracciare, gerarchie da stabilire».
Nel racconto della mostra il gruppo smette di apparire come un miracolo isolato e torna a essere un ecosistema. Quanto è importante, oggi, restituire questo livello corale?
Kaat Debo: «Moltissimo. Gli Antwerp Six non sono stati soltanto sei talenti straordinari, sono stati anche il prodotto di un ambiente: una scuola, una città, una scena artistica, una rete di grafici, fotografi, produttori, giornalisti, negozianti. È una dimensione che oggi rischiamo di dimenticare, perché la moda contemporanea tende a personalizzare tutto, a trasformare ogni vicenda in una biografia individuale. Invece qui si vede bene come l’innovazione nasca da una costellazione di relazioni. Ed è un punto che riguarda anche il presente, perché i giovani designer hanno ancora bisogno di contesti fertili, non solo di visibilità».
Nelle sale dedicate ai singoli designer si percepisce una forte partecipazione dei protagonisti. Quanto è stato complesso mediare tra desiderio d’autorialità e regole del museo?
Romy Cockx: «Molto, ed è stato uno degli aspetti più interessanti. Tutti e sei sono stati coinvolti nella costruzione delle rispettive installazioni, quindi il lavoro curatoriale è diventato un dialogo continuo, a volte anche una negoziazione. In museo ci sono limiti precisi, di luce, calore, conservazione, fattibilità tecnica. Non tutte le idee possono essere realizzate così come nascono. Curare significa anche questo, trovare una forma possibile senza tradire l’intenzione. A volte il dettaglio fa la differenza. Penso, ad esempio, ai manichini della sala di Walter Van Beirendonck, fatti produrre appositamente per rendere quel gesto, quel contatto, quella tensione tra i corpi».
Corpi, genere, maschilità, queerness. Alcune traiettorie degli Antwerp Six chiamano apertamente in causa queste questioni. La mostra le affronta in modo esplicito?
Kaat Debo: «Sì, anche se non nel modo di sei mostre monografiche che potrebbero entrare fino in fondo in ogni singolo linguaggio. Qui questi temi emergono dentro il racconto complessivo, e in alcuni universi sono naturalmente più presenti. Nel lavoro di Walter Van Beirendonck, come in quello di Bikkembergs, il corpo, la costruzione della maschilità, la sessualità, la dimensione queer sono elementi molto evidenti. Non volevamo forzare una lettura unica, ma fare in modo che questi aspetti restassero attivi nello sguardo del visitatore, come parte viva dell’eredità dei Sei».
Una delle sezioni più riuscite è forse l’ultima, quella dedicata a inviti, cataloghi, press kit, materiali effimeri. Perché era importante chiudere da lì?
Romy Cockx: «Perché quei materiali, apparentemente secondari, raccontano in realtà qualcosa di essenziale. Gli Antwerp Six avevano capito molto presto che la moda è anche un sistema di comunicazione, e che inviti, immagini, impaginati, allestimenti fanno parte della stessa costruzione di senso degli abiti. Per questa sezione siamo partiti in gran parte dall’archivio del museo. L’inventariazione non era ancora completa, quindi c’è stato un lungo lavoro di ricognizione, di selezione, di prove sul tavolo, quasi da editoria materiale. Volevamo che quella stanza restituisse proprio questo: il momento in cui la moda esce dal guardaroba ed entra nel mondo, prende parola, si fa immagine».
Dunque il visitatore deve uscire dal MoMu con l’idea di un capitolo chiuso o con una domanda aperta sul futuro?
Kaat Debo: «Con una domanda aperta, senza dubbio. Gli Antwerp Six hanno dimostrato che un’altra via era possibile, accanto alle grandi strutture e ai modelli dominanti dell’industria. Quel momento storico non è replicabile, il mondo della moda è cambiato, e le condizioni che lo hanno generato non esistono più nello stesso modo. Ma proprio per questo la loro vicenda resta fertile. Durante i dieci mesi della mostra lavoreremo anche con l’Accademia, con incontri e talk pubblici, come quello del 29 aprile dedicato ai graphic designer Paul Boudens e Anne Kurris. Non per coltivare la nostalgia, ma per capire quali forme possano assumere oggi i nuovi ecosistemi creativi».
È forse questo il punto più vivo della mostra. The Antwerp Six non consegna al passato una leggenda belga, la sottrae invece al comodo riflesso della commemorazione. E la riporta lì dove le grandi storie tornano a pungere, nel presente.
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