Categorie: Moda

MODA

di - 25 Marzo 2019
In una traversa di Viale Ortles, a Milano, il silenzio del sabato mattina sovrasta l’imponente struttura di Interface Hub/Art.
Si aprono le porte, si prende l’ascensore, si scende al piano -1 dove in genere si trovano le cantine.
Sulle pareti rosso granata della sala, sono esposti gli studi matematici di Emilio Cavallini.
La vista di un tavolo con le gambe di donna inganna la percezione dell’osservatore, convinto di addentrarsi in una retrospettiva piena di calze riproposte in mille modi. Ma le forme tubolari, le biforcazioni e le ragnatele concepite per le famiglie dei ragni, prendono in ostaggio l’occhio dell’osservatore e lo accompagnano adagio lungo il corridoio. Dopo aver assistito agli effetti di un’esplosione di colori sarà l’installazione frattale di tessuto poliammidico a trattenere anche il corpo. L’occhio, nonostante si dimeni per cercare la via di fuga, si ritrova ad osservare i cassetti ora bianchi ora neri ipnotici di nylon. L’installazione giostra optical farà divertire l’occhio e allo stesso tempo lo stordirà. L’esperienza prosegue e l’osservatore viene nuovamente imbrigliato all’interno di un accumulo di filati. Ormai stanco si arrende, si guarda intorno e si rende conto che in quella armoniosa tensione una delle calze esposte presenta una smagliatura. La preziosa scoperta lo libera e lo riporta alla realtà. Una realtà fatta di sfilate di moda in cui le calze diventano un tutt’uno con lo stivale (vedi collezioni 2016/2017 di Demna Gvasalia per Balenciaga) e sono intese solo come prodotto che deve essere venduto.
Emilio Cavallini, ladro di occhi
Emilio Cavallini, nonostante la sua pregressa esperienza come designer di calzetteria, concepisce la calza come materia che crea e plasma a suo piacimento, come la tela su cui concentra le sue energie, come rapporto tra soggetto e universo. Certo, avrà raggiunto questa consapevolezza dopo gli anni trascorsi a vestire le gambe delle donne scoperte da Mari Quant, colei che fece uscire la prima minigonna o dopo gli anni trascorsi a fornire pois per l’azienda Christian Dior. È per questo che l’occhio viene rapito: per perdersi, fare mille giri e ritrovarsi.
Ad ogni modo, fortunatamente, esiste ancora qualcuno che si serve delle sue preziose conoscenze di tessuti per raggiungere una qualche forma d’arte.
Chiara Antille

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