Categorie: Mostre

Con le sue opere Roberto Casti prova a rendere visibile l’inafferrabile: la mostra a Torino

di - 9 Giugno 2026

«Allora vidi l’Aleph. Arrivo, ora, all’ineffabile centro del mio racconto; comincia, qui, la mia disperazione di scrittore. […]  In quell’istante gigantesco, ho visto milioni di atti gradevoli o atroci; nessuno di essi mi stupì quanto il fatto che tutti occupassero lo stesso punto, senza sovrapposizione e senza trasparenza. […] Nella parte inferiore della scala, sulla destra, vidi una piccola sfera cangiante, di quasi intollerabile fulgore. Dapprima credetti ruotasse; poi compresi che quel movimento era un’illusione prodotta dai vertiginosi spettacoli che essa racchiudeva. Il diametro dell’Aleph sarà stato di due o tre centimetri, ma lo spazio cosmico vi era contenuto, senza che la vastità ne soffrisse. Ogni cosa (il cristallo dello specchio, ad esempio) era infinite cose, perché io la vedevo distintamente da tutti i punti dell’universo», Alberto Manguel, Con Borges, trad. it. di Giovanni Ferrara degli Uberti, Adelphi, Milano, 2004, p. 134.

Roberto Casti, A melody from the outside, particolare della mostra, courtesy Galleria Simóndi, ph Lorenzo Gastaldi

Descrive così l’Aleph lo scrittore argentino Jorge Luis Borges nell’omonima opera del ‘49 pubblicata con l’editore Casa Losada di Buenos Aires.

L’incontro è preceduto da un «confuso malessere», poi una rivelazione: l’Aleph che si lascia intravedere, una sfera dal diametro di qualche centimetro che contiene in sé l’intero universo, l’infinito spaziale, la natura stessa e tutto ciò che trascende il tempo. Aleph (Milano-Berlino-Lisbona-Milano-Putignano-Torino) è anche il titolo di un’installazione site-specific in divenire (2023) di Roberto Casti (Iglesias, 1992), esposta nella sua prima personale A melody from the outside presso la Galleria Simóndi di Torino. Una macchina da scrivere, un rullo sul quale i visitatori possono lasciare riflessioni o domande, come: «Quante gocce di pioggia sono appena cadute al suolo?»; «Quanti rumori rimangono inascoltati?»; «È bellissimo scrivere di nuovo con una macchina da scrivere!»; «Quante persone stanno aspettando una buona notizia?» e «Questo mondo è davvero il migliore dei mondi immaginabili?» (alcune delle frasi più interessanti raccolte sono esposte in una serie di cornici Aleph (Milano-Berlino-Lisbona-Milano).

Roberto Casti, Aleph (Milano-Berlino-Lisbona-Milano), 2025, inchiostro su carta, nastro adesivo, cornice in legno, vetro, 40×30 cm, courtesy Galleria Simóndi, ph Lorenzo Gastaldi

Ad accogliere il pubblico in galleria un primo allestimento, NOI (2024): un vecchio cappotto, un paio di scarpe, a cui si collegano un pc e un microfono direzionato verso la finestra, amplificatore dei suoni provenienti dall’esterno. Gli indumenti, su parete bianca, sono rianimati dai rumori, permanendo come manifesto parzialmente attivo della funzione ormai dismessa.

Casti trasforma le vibrazioni del suono in segno. Inserisce l’opera 4 settimane, 1 giorno, parte della serie Disegni Verdi (matita colorata su carta e scarti di matita, 2026), e l’ampia tela bianca ARIA (grafite e vernice, 2026) sulla quale s’intravedono leggerissimi tratti che ricordano il pulviscolo spesso visibile controluce.

Roberto Casti, A melody from the outside, particolare della mostra, courtesy Galleria Simóndi, ph Lorenzo Gastaldi

L’Aleph di cui parla Borges è l’insieme inafferrabile, intangibile di ciò che oltrepassa lo scibile umano, sovverte i riferimenti spaziali e geometrici che identificano il soggetto in un punto preciso, gli assiomi filosofici, le categorie di pensiero. Ne consegue stupore, meraviglia ma anche un certo spaesamento, dovuto forse alla rivelazione che l’Aleph contiene in sé stesso la coscienza del tutto, non solo, quindi, di ciò che è ordinabile e classificabile.

Roberto Casti, A melody from the outside, particolare della mostra, courtesy Galleria Simóndi, ph Lorenzo Gastaldi

L’ultima installazione, From the dephts of the Earth (2026), sembra immersa in un’atmosfera da cinema d’avventura. La luce verde al led avvolge gli oggetti d’arredo, gli svariati libri (tra gli altri ci sono i Racconti di Poe, La parete di Marlen Haushofer e Rumore bianco di De Lillo), una fotografia posata in un angolo del mobile e lì dimenticata, un mappamondo che evidenzia la Palestina e alcuni scacchi, rimanenze di una partita anch’essa abbandonata e inconclusa.

La disposizione degli oggetti e la loro sequenza narrativa, seppur molto intuitiva, fa parte di una composizione in cui l’interconnessione tra l’individuo e ciò che lo circonda la fa da protagonista, così com’è sottolineato nella conversazione dell’artista con Francesca Simondi. A esser messi in discussione, perciò, sono il ruolo predominante dell’essere umano sul resto dell’ambiente e l’illusione che oltre la nostra zona confort non vi sia alcuna stortura.

Roberto Casti, A melody from the outside, particolare della mostra, courtesy Galleria Simóndi, ph Lorenzo Gastaldi

Torna, allora, la descrizione che riporta il protagonista alla visione dell’Aleph nel racconto di Borges, una successione di rivelazioni, tra cui la realizzazione dell’interdipendenza tra amore e morte, una sensazione che lo travolge, trascinandolo verso un’inevitabile contemplazione dell’universo, tra venerazione e angoscia. A seguito di tale discernimento, dal canto suo, Casti riformula una nuova concezione di casa: uno spazio malleabile, ricollocabile e con nuove fondamenta, un luogo fisico e spaziale, certamente, eppure, al tempo stesso, una metafora trascendente i confini.

Roberto Casti, dalla serie Disegni Verdi, ph Lorenzo Gastaldi

Emblematica è la scelta di inserire nell’installazione From the dephts of the Earth (2026) il romanzo postmoderno Rumore bianco dello scrittore newyorchese Don De Lillo. Il protagonista, Jack Gladney, è un uomo sposato che si trova spesso a riflettere e a discutere con la moglie sul tema della morte. Quella che inizialmente appare come una preoccupazione astratta finirà però per assumere una dimensione concreta, costringendolo a confrontarsi direttamente con essa. De Lillo esprime in tutto il romanzo una forte critica verso il consumismo (e verso la società americana), un fenomeno che appaga e aliena l’individuo, trasformando la società in un’entità passiva.

Casti individua, perciò, nella distanza tra noi e gli eventi apparentemente lontani, una forma d’indifferenza non giustificabile. Da quei suoni quasi impercettibili provenienti dall’esterno, capaci d’insinuarsi nelle stanze in cui ci sentiamo protetti, prende forma la consapevolezza e si aziona la coscienza, intesa non solamente in termini di “morale”, ma come comprensione di quel tutto di cui Borges ha scritto, quella «Infinita venerazione ed infinita pena» verso l’inconcepibile universo, fonte potenziale di creatività e distruzione.

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