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Fino al 02.06.2014 | Epifanie | Ilaria Abbiento, Fulvio Ambrosio, Chiara Arturo, Giuliana Calomino, Cristina Cusani, Susy D’Urzo, Luigi Grassi, Claudia Mozzillo | Castel dell’Ovo, Napoli

di - 27 Maggio 2014
Un tavolo lungo 15 metri al centro di un grande ambiente in tufo, un tempo cassaforte dei tesori e dei documenti del regno. Si presenta così Epifanie, la mostra-installazione risultato della prima edizione del laboratorio irregolare di Antonio Biasiucci. Al Castel dell’Ovo di Napoli, il percorso espositivo si snoda in otto differenti tracciati, otto intimi itinerari appartenenti ai giovani fotografi della prima edizione del LAB. Si parte dalla A naturalmente, quella di Ilaria Abbiento. Le sue fotografie raccontano le sacre immagini nascoste nelle vecchie botteghe di Napoli, le icone religiose sparse nei templi più poveri della città. Un quadro di San Gennaro o di Maria, in fondo non fa molta differenza. “È cominciato tutto con un mucchio di foto sparpagliate su di un pavimento, due metri quadrati di stampe di dimensioni varie, temi differenti, tanta confusione e un imprecisato desiderio di crescita”.
A questa confusione Fulvio Ambrosio ha risposto nel suo progetto fotografico abbandonandosi ad un gesto intimo: accarezzando i soggetti dei suoi ritratti il fotografo è riuscito a stabilire un contatto, diventando egli stesso parte della composizione.

Onde, promontori, fari, scorci, grandi navi, le 18 miglia di Chiara Arturo sono cartoline di uno stato precario e ondeggiante.
Più avanti Giuliana Calomino costruisce nelle sue istantanee un nuovo mondo, trasfigurando la realtà, creando con la fotografia un luogo extraterrestre, quasi psichedelico, Zero lo ha chiamato.
Il laboratorio irregolare di Biasiucci è nato da una necessità, quella di restituire alla città quanto era stato già dato. L’esperienza nasce dall’incontro dell’artista con un gruppo di giovani fotografi che per circa due anni, ogni due settimane, hanno percorso con lui un cammino di ricerca personale. “Lab è il tentativo di offrire alla città un progetto culturale che ruoti intorno alla fotografia utilizzando metodi ispirati al laboratorio teatrale di Antonio Neiwiller, regista napoletano scomparso venti anni fa e che io considero mio maestro – nota Biasiucci – Personalmente è anche il desiderio di restituire quello che mi è stato dato con la consapevolezza che non ha senso se sono solo io a salvarmi e che oggi più che mai gli artisti devono offrire una disponibilità che serva a far nascere vera cultura”. Il metodo di cui parla l’artista di Dragoni sta nell’esplorazione di un luogo circoscritto, un intervallo in cui volgere il proprio sguardo.
L’azione del fotografare è il costante ritornarvi, portando con se la traccia delle esperienze vissute, i sentieri familiari, cambiando rotta, se necessario. O ripartendo da capo, come in un abbecedario. È così che Cristina Cusani ha chiamato la sua ricerca, una lettera per una parola e una parola per una fotografia, o viceversa, il tutto per raccontare se stessa. Una chiave che rivela un universo, qualcosa in cui non è difficile ritrovarsi. Le opere di Assunta D’Urzo partono da un po’ più lontano, ma non troppo. Il suo Uno sguardo familiare è un album di famiglia, un tentativo di misurarsi col primo confine della propria esistenza, quello racchiuso dalle pareti della propria casa. Più avanti, reti e teli vestono palazzi e ponteggi: i Sudari di Luigi Grassi appaiono come totem invalicabili, suggerendo in realtà una lettura universale degli eventi, un modo per interrogarsi sui fatti del tempo e dell’esistenza. Chiude il tavolo il progetto fotografico di Claudia Mozzillo, un racconto di donne e di radici storiche, di lontane abitudini e di tazzine di caffè.

Mario Mosca
mostra visitata il 5 maggio
Dal 30 aprile al 2 giugno 2014
Castel dell’Ovo, Sala delle Prigioni
Via Eldorado, 3 – Napoli
Orari: dal lunedì al sabato dalle 10.00 alle 19.00
domenica e festivi dalle 10.00 alle 13.30

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