L’avventura italiana di Jo Jackson (Springfield, 1972) comincia ufficialmente nel 2003 con l’esposizione del dipinto Color Wheel Oblivion presso galleria Marella a Milano. In un periodo chiave non solo per la giovane americana ma per l’intera scena artistica post-hippy di San Francisco, allegra e raffinata brigata che ama da diversi anni ritrovarsi per un caffè alla libreria Adobe. Nello stesso anno infatti la collettiva itinerante Beautiful Losers apre i battenti al pubblico nella città di Cincinnati, per approdare finalmente in Italia la scorsa primavera nell’ambito della Triennale di Milano. L’accoglienza è ottima come le opere esposte, e tra le sfavillanti tavole da skateboard areografate da Ed Templeton ci sono anche le delicate forme di Jo Jackson stagliate con eleganza su fondi scuri che rimandano senza troppe forzature critiche alle silhouette argentate della prima Giosetta Fioroni.
Un’arte al femminile dunque, voluta fortemente dal gallerista Francesco Annarumma per la prima personale italiana della Jackson negli spazi di via S. Brigida, dove esposte vengono cinque pitture su carta e un lavoro d’animazione presentato per la prima volta proprio in questa sede.
Il rischio di un improvviso rigetto sulle pareti della galleria viene scongiurato dall’evidente qualità esecutiva delle opere che ospitano sagome colorate e compatte come gouaches decoupées matissiane; l’arbitrarietà dell’accostamento proposto è confermata dal fatto che Jackson non ha utilizzato taglierini, ne tanto meno forbici per ricavare i suoi segni, nonostante l’innegabile effetto “ritaglio”. Un inganno seducente realizzato interamente a partire da mezzi pittorici: il pennello come strumento di precisione, lama calligrafica che taglia solo in superficie le forme campite con cromie accattivanti.
Immagini statiche ma anche immagini in movimento, dopo alcuni esperimenti realizzati recentemente con tecnologia Flash nel progetto di videoanimazione Victory over the Sun (forse dal titolo di un’opera di Kazemir Malevich) che nasce direttamente dalla mano dell’artista: il risultato è quello di una fantasmagoria cohliana che cita le antropometries di Yves Klein e i memento mori di ascendenza nordica su un piano squisitamente bidimensionale secondo i dettami di un eclettismo primitivo che cita per non raccontare di sé, in barba alle tendenze da identity art tanto in voga negli Stati Uniti. Una poetica della superficie per raccontare le icone del contemporaneo senza vezzi autobiografici.
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giuseppe sedia
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bella recensione!
sono d'accordo con giovanni.
e poi, secondo me sedia ha enfatizzato troppo il valore di questi lavori. che, in realtà, non è molto alto
Caro Sedia, la poetica della superficie può richiamare ben altri autori e artisti fondamentali...
Ma quali sono queste icone contemporanee che hai visto in questi lavori?
Bo.
Condivisibile la carrellata di giovani stranieri, ma questi fanno venir nostalgia dei bravi italiani che quest'astuta galleria a praticamente scoperto: Mosca, Malerba, Colucci, Di Matteo, Ricciardi.
Certe mostre non si dimenticano!
Egregio Sig. Annarumma,
magari meno mostre e più qualità.
Si stava meglio ai tempi di AMELIO!!!!!!!!
Erano pochi,pochi ma importanti veramente.
Adesso è solo, come dite voi a Napoli,n'ammuine.