L’arte è un malinconico gioco in cui la realtà urla la propria illusione. Scorrendo le pagine dell’avventura artistica di Vedovamazzei, questa verità appare quanto mai evidente.
Il duo napoletano, costituito da Stella Scala (1964) e Simeone Crispino (1962), il cui bizzarro nome d’arte proviene da un’insegna trovata per caso, esprime già in questa scelta linguistica un punto centrale della sua poetica. Un approccio basato su un continuo capovolgimento delle gerarchie che sottendono il dispiegarsi del quotidiano, in cui la casualità è presa a norma del divenire delle cose.
Dopo aver lasciato Napoli 13 anni orsono ed essersi trasferiti a Milano, l’attività di Vedovamazzei è subito decollata con esposizioni di prestigio in tutto il mondo. Sono state richiamate per descrivere il loro lavoro ascendenze illustri: li hanno definiti tardo-dadaisti e proto-surrealisti. Definizioni che fanno un po’ sorridere, soprattutto loro, che mettono invece l’accento sulla creazione stessa: “Quando ero bambina –racconta Stella Scala– mio padre faceva delle composizioni molto belle, che io gli dicevo dovessero essere condivise con tutti gli altri. Questo è per me fare arte”. Al di là di ogni classificazione, quello che conta è spingere lo spettatore, attraverso il proprio donarsi nell’opera, a fare un passo avanti verso una rinnovata appercezione del mondo. Apre così la scena all’ambiguità del reale, alla parzialità del punto di vista.
Nella prima sala dei nuovi spazi espositivi napoletani della galleria Umberto Di Marino, questa duplicità emerge nel confronto scherzoso tra recto e verso dell’istallazione Don’t let me be misunderstood II.
In una libreria minimal, all’ordine dell’inquadramento geometrico del fronte si contrappone il caos del retro, in cui campeggiano i simboli di un fare infantile, come di mani impasticciate di marmellata. Libri tagliati, chewing gum masticati, scritte colorate, ricordi, pensieri privati ceduti al silenzio dell’invisibile. Come gesti lasciati da bambini pestiferi o segreti di adolescenti innamorati, nella consapevolezza che lo sguardo adulto si sofferma soltanto sulla giustezza di ciò che appare, senza badare al lato recondito delle cose.
La favola, il divertimento, il ripensamento ludico dell’oggetto sono, invece, gli elementi della seconda istallazione: Invest in fucking not killing. Tra quadri disegnati sulla superficie esterna e una serie di lampade istoriate distribuite sul pavimento, s’articola un racconto fantastico fatto di pagine di vetro che modellano lo spazio in un ritmo disordinato e infantile. L’artista prende la parola e in una narrazione irreale ricrea il mondo a modo suo.
Questo delicato viaggio, fatto di una poesia tutta moderna, si conclude ne L’armadio di Sylvie, trasformato in una conca domestica ricolma d’acqua su cui galleggia un carico di piante di fragole che scivola pian piano. Quasi simbolo di un cammino tutto interiore in una vaga atmosfera zen che sospinge lo spirito verso l’incerto, sussurrando la malinconia di quel gioco, esso stesso illusione, che fatica a farsi realtà.
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