Un light lunch nel Giardino di Pan. Ad apparecchiarlo Lorand Hegyi, direttore artistico di Palazzo Roccella che, affezionato alla formula vetrina, semina una nutrita selezione internazionale anche in questa sua terza prova partenopea, emanazione di due passate collettive al Museo d’Arte Moderna Stiftung Ludwig di Vienna e al Musée de l’Art Moderne di Saint-Etienne, infiorettata di innesti locali. E se nella scorsa rassegna Napoli era stata (al di là delle recriminazioni) protagonista, è innegabile che pure qui sia massicciamente presente, per courtesy delle gallerie cittadine, interpellate per rimpolpare l’offerta e soddisfare il diplomatico ideale di sinergia tra pubblico e privato imperante nell’estate in città (vedi la mostra People al Madre).
Un percorso più sobrio e diradato rispetto al precedente “carosello napoletano”, attutito da un allestimento più arioso -che valorizza, ad esempio, l’eterea roulotte traforata di Loris Cecchini– e dalla sostanza di molte delle opere prescelte. Un low profile visivamente apprezzabile ma, come accade nelle “dossografie” estetiche, segnato da un andamento discontinuo: caratterizzato da un’inclinazione eminentemente grafica, il progetto appare strutturato prevalentemente per pacchetti di artisti, quasi personali in pillole, e costellato di divagazioni non sempre congrue alla traccia principale. Ben angolati, tra miniature botaniche, tronchi e ibridi genetici, le sterpaglie di Riccardo Albanese, l’aiuola portatile come un necéssaire da viaggio di May Cornet (ricamatrice di minuziose topografie) e la zolla di strawberry field galleggiante nell’Armadio di Sylvie, un Vedovamazzei già visto da Umberto Di Marino.
Ciononostante, una certa disorganicità prende ad affiorare dal gruppo di disegni, che costeggia le terre dell’architettura, dell’ingegneria, dell’interior design e della geopolitica. Di certo, contrariamente a quanto avviene negli scatti di Tessa Manon den Uyl, non suggeriscono boschi d’Arcadia la gravezza di Mihael Milunovic o le notizie dal fronte trasmesse da Davide Cantoni (penalizzato, per giunta, da un’infelice esposizione dei suoi acrilici ad interferenza), ma basta il richiamo al piccolo mondo moderno del sottotitolo per giustificare i frammenti di poesia domestica. Graziosi, diligenti cantucci lirici in cui irrompono, spesso più per impatto dimensionale che per forza espressiva, lavori come la romantica inferriata-voliera di Flavio Favelli, la tensostruttura di lingerie di Katerina Vincourova, la moquettona sagomata di Alberto Garutti.
Così, in questo andirivieni tra interno ed esterno, a circoscrivere l’orizzonte non resta che la finestra sul cortile di Italo Zuffi, sportellino anodizzato dal quale passare a riscuotere un punto di vista.
anita pepe
mostra visitata il 6 luglio 2006
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ben angolati ????
ma il PAN è diventato l'ufficio di collocamento per il buon Albanese ???
brutta mostra !!! non c'è altro da aggiungere
certo la mostra non era un granchè...
Neanche una riga su Maria Carla Mattii.....
Una delle artisti più interessanti dell'ultima generazione.