Cos’è la vita, se non un continuo oscillare tra ordinato registro apollineo e vorticosa dispersione dionisiaca, tra comico e tragico, tra dimensione privata dell’io e voglia di perdersi nel coro del noi? Gerardo Di Fiore (Giugliano, 1934; vive a Napoli), storica gloria artistica partenopea che con questa personale torna sulle scene da protagonista, da sempre modula questo contrappunto. Ma ora la pluralità delle istanze confluisce nell’organicità estetica che solo la maturità di un lungo percorso assicura. Dopo gli iniziali prelievi oggettuali dalla realtà, simbolizzazioni di umori e vissuti personali, e la parentesi degli anni Settanta che rifiuta l’opera-oggetto a favore dell’arte-evento con “interventi” collettivi impegnati nel sociale, Di Fiore individua adesso un’hegeliana e salomonica sintesi in un’arte che non rinuncia a farsi “entità” concreta, ma non dimentica l’angosciosa attualità, ormai però interpretata come emanazione dell’intimo malessere di ogni uomo. Così, drammi ecologici e socio-politici rivivono nel soggettivo turbamento emotivo dello sfrangiarsi della forma in La nascita del Sole malato, Tsunami e K06, bassissimi rilievi, quasi donatelleschi nell’esiguità di scarto dal fondo e nel pittoricismo del chiaroscuro dialogante con l’atmosfera, costruiti con gusto artigianale nella gommapiuma, caduco e tecnologico frutto della decadente società dei consumi dall’artista particolarmente amato per la postmoderna allure giocosa della sua apparente somiglianza all’eterno e naturale marmo.
L’ironia fa capolino nella tragedia, dunque, e del resto solo apparentemente angelico è il biancore della gommapiuma, derivazione del ben più diabolico petrolio guerrafondaio e inquinante, come suggerito dalla catramosa Risacca, unica pozza di nera cromia nell’abbacinante nitore del percorso espositivo.
E di questa intima sofferenza della materia è ben consapevole lo stesso artista, che in Orfeo ed Euridice, come anche negli altri pannelli, graffia e spezza con la tormentata e sinestetica tattilità di inserti di materiali di recupero e metallo la tranquillizzante riconoscibilità formale e l’euritmia classica del costrutto dei pieni e vuoti, comunque persistenti al di sotto della moltiplicazione e frammentazione della forma. Compiaciuta e non inconsapevole citazione di miti e stilemi greco-romani, unita a una surrealistica incongruenza, è anche in Castalia, simbolico “ingabbiamento” di una classicità ormai dominata, e in Up & Down, meccanismo scultoreo interattivo che un lieve tocco della mano trasforma all’istante in gioco dondolante, ludico ma non troppo, dal momento che per l’artista è simbolo ”dell’abbandono nel sesso e nella morte”. Così, tra tradizione e innovazione, tra sorriso e patimento, Di Fiore percorre la sottile linea che divide il tragico dal comico: un po’ più in qua c’è la disperazione, un po’ più in là l’utopia. Nel mezzo, c’è la quotidiana fatica del vivere.
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