Categorie: Opening

Carlo Zauli e Chiara Lecca: | dialogo “retroterra”

di - 19 Giugno 2017
Due scultori della Romagna. Due artisti diversissimi, due poetiche a dir poco opposte, ma un “retroterra” comune: quello appunto del faentino, di quella parte della pianura padana che degrada verso il mare dopo aver oltrepassato Bologna, con le colline da un lato e il lungo raggio pianeggiante dall’altro. Chiara Lecca, nata nel 1977 a Modigliana – dove attualmente vive e lavora – si incontrerà per la prima volta, in occasione dell’estate, con lo scultore e designer Carlo Zauli, che a sua volta a Faenza aveva avuto e mantenuto la sua base.
Un incontro nell’atelier, per dimostrare che non è solo un territorio a legare i due nomi, ma anche “una forte identità famigliare”, dichiarano dal MCZ. E l’occasione è ghiotta per vedere installate nel laboratorio di Zauli, dove nel frattempo sono transitati Jonathan Monk ed Emma Hart, vincitrice del Max Mara Art Prize for Woman, ma anche Salvatore Arancio ma anche Yuri Ancarani e Alberto Garutti, in una serie di residenze che dal 2003 spronano artisti che, spesso e volentieri, non hanno mai usato la ceramica come mezzo espressivo.
Chiara Lecca qui in residenza non c’è mai stata, anche se nel 2015 ha avuto una mostra al MIC, il museo internazionale della ceramica di Faenza, ma da stasera allo Zauli ci sarà l’occasione di scoprire la sua poetica, che guarda all’atavica animalità dell’uomo, allo scopo di riprogrammarne l’identità, in una continua decontestualizzazione di oggetti e forme dal loro uso e ambiente.
Le “Nature morte” insomma, stavolta saranno in rapporto con la poetica di Zauli, fatta di “Vasi Sconvolti” e impronte più minimali, audace “stressatore” della materia come è stata audace, Chiara Lecca, nello sfidare le convenzioni estetiche ed etiche, e anche aggirando le logiche del mercato e delle mode dell’arte, destabilizzando le nostre coscienze, creando un dissacratorio cortocircuito tra bellezza e morte.
Un dialogo “estivo”, insomma, seguendo il programma per cui il MCZ ospita un artista “conterraneo”, ma nemmeno troppo: piuttosto un dialogo che indaga la “materia” scomoda di due artisti particolarmente fedeli alla propria dimensione.

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