Categorie: Opening

Emilio Vedova: | stelle, strisce e generazioni

di - 17 Giugno 2017
Due anni di lavoro, nel 1976 e 1977, per una produzione di circa cinquanta tra disegni e dipinti in bianco e nero, tutti di grande formato: ecco “De America” di Emilio Vedova, che domani torna in scena nella sua fondazione, alle Zattere di Venezia, in cui per l’occasione sarà anche riattivata la grande macchina espositiva progettata da Renzo Piano, che permette la movimentazione delle tele realizzate dal più internazionale delle nostre vecchie (e indimenticate) glorie della pittura.
Quando si mise all’opera sul “De America” Vedova era tornato da poco dagli Stati Uniti, Paese dove dal 1951 aveva vissuto e intrattenuto rapporti con università, istituzioni pubbliche ed esponenti del mondo della cultura.
Alla Fondazione Vedova stavolta, però, le grandi tele saranno quattordici, e saranno anche un modo per ricordare il dialogo che Venezia, già dalle Biennali degli anni ’40, aveva intessuto con gli USA che ancora dovevano vedere nascere il fenomeno della Pop, e dai cui porti calavano in laguna grandi “commissari” alle arti, come James J. Sweeney, dal 1952 direttore del Guggenheim Museum di NYC, e facoltosi collezionisti.
“De America” insomma, si costituisce non solo come un ciclo di opere esemplari e parlanti di un determinato periodo storico ma, come sempre avviene, anche della società che lo attraversa. E che ha attraversato i successi di Vedova: nel 1956 – come ricorda La Galleria dello Scudo di Verona – in cui parte di “De America” fu in mostra tra il 2013 e il 2014 – Blanchette Rockefeller acquistò dei pezzi dell’artista per il MoMA, mentre durante la metà degli anni ’60 per Vedova iniziò la sua attività di “accademico” nelle università di Filadelfia, Chicago, Cleveland, Detroit.
Oltre alle 14 opere presentate al Magazzino del Sale, nello Spazio Vedova saranno visibili altri quattro pezzi: Tondo (Golfo, Mappa di Guerra), Chi brucia un libro brucia un uomo, Senza titolo (…als ob…) ‘96-’97 e Compresenze – anni ’90 risalenti agli anni ’90, quando Vedova rivede e rivive le tensioni delle nuove generazioni statunitensi, sperimentate da lui stesso all’epoca del Vietnam, nelle guerre del Golfo e dei Balcani.
Oltre alla pittura, però, stavolta ci sarà da riflettere anche sul resto: su quelle possibilità di relazioni che portano il venezianissimo Vedova, come abbiamo rimarcato poco sopra, ad essere il più americano degli artisti italiani; quelle possibilità di accedere al Paese del sogno che oggi, per un motivo o per l’altro, sembrano spesso negate ai nostri giovani artisti: colpa di un sistema venuto a mancare e cresciuto autarchicamente in altri lidi, escludente, o imputabile – e lo diciamo provocatoriamente – a una mancanza di forza dei nostri, vittime della storia e delle braccia del Belpaese? Tra un bianco e nero e l’altro, simbolico indice di un’epoca finita, vi si potrà riflettere sopra. (MB)

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