Patrick Procktor. A View From a Window, a cura di Tommaso Pasquali, Palazzo Bentivoglio, Bologna, 2022, ph Carlo Favero
A cavallo di due generazioni, quella degli amici David Hockney e Cecil Beaton con cui condivide gli esordi della sua carriera, Patrick Procktor è un artista che sfugge alle classificazioni. Vive negli anni della swinging London di Twiggy, Mick Jagger e Derek Jarman che ritrae nei suoi acquerelli ma raccoglie l’ultima eredità di Bloomsbury. La sua è una ricerca peculiare e soggettiva, ostinatamente figurativa, connotata da grande indipendenza, per quanto del tutto calata nel suo tempo: una porzione di mondo, come quella – appunto – visibile ad apertura di finestra.
La mostra “PATRICK PROCKTOR. A View From a Window”, a cura di Tommaso Pasquali e con allestimento di Davide Trabucco, in programma a Bologna a Palazzo Bentivoglio fino al 5 febbraio 2023 si sviluppa a partire da un nucleo di opere della collezione permanente di Palazzo Bentivoglio, e presenta una selezione di una sessantina di lavori, fra dipinti, acquerelli e disegni, datati dai primi anni Sessanta ai primi anni Novanta, alcuni dei quali già esposti a Bologna nel 1972. L’esposizione riporta all’attenzione del pubblico un personaggio multiforme, protagonista imprescindibile, ma tuttora poco noto, del panorama artistico londinese degli anni Sessanta e Settanta: marxista e snob, omosessuale e padre di famiglia, viaggiatore in luoghi esotici e assiduo frequentatore di Venezia. I legami con l’Italia sono numerosi, a partire dal viaggio che conduce in Italia nel’62 quando visita la Villa dei Misteri a Pompei, e successivamente nel ’67, con Hockney. Anni a cui risale la scelta dell’acquerello come mezzo espressivo privilegiato. Di quegli anni sono le sue opere più personali e intense, visibili nella prima sala. Ritratti di amici, amanti, colleghi e bambini, i figli della vicina del piano di sotto, che avrebbe sposato nel 1973, tutti chiamati a mettersi in posa sul divano della casa di Manchester Street. Figure scontornate in maniera selettiva che emergono dallo sfondo bianco della carta, talvolta ironicamente distorte come silhouette schiacciate che richiamano alcuni esiti dell’espressionismo astratto.
La seconda sala è dedicata alla sua produzione su grandi tele, dove è possibile seguire l’evoluzione dell’artista dal baconiano Lovers (1963), di collezione privata italiana, fino al sorprendente Vedette Pont Neuf, Paris del 1989, che sembra anticipare certe tendenze della giovane figurazione di oggi, passando per l’iconico Gervase I (1968), il primo di una lunga serie di ritratti dedicati da Procktor al giovane amante Gervase Griffith, aspirante rocker e suo modello per due anni.
Torna in questa sala il legame con l’Italia, nel ritratto di Gabriella Cardazzo (1974) della storica Galleria del Cavallino di Venezia, amica e mercante di Procktor in Italia. Il viaggio nella densità delle opere di Procktor si conclude nella terza sala, dove in contrasto con il gusto contemporaneo, scorrono le immagini di Venezia, del paesaggio lagunare che Procktor sceglie di ritrarre, in modo ancora una volta intimo e personale, senza dimenticare gli insegnamenti di Turner e Sergent.
Completano il ritratto di Patrick Procktor, alcuni documenti video raccolti in una saletta laterale: due scene tratte da A Bigger Splash (1973) che vedono protagonisti Hockney e Procktor, una breve apparizione di Jarman nei panni di Procktor nel film di Stephen Frears Prick Up Your Ears (1987) e un estratto dal documentario sull’artista del 1988 MyBritain.
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