Andrea Festa Fine Arts
In un momento difficile e incerto come questo, inaugurare uno spazio è davvero un atto di coraggio, da sostenere in ogni modo. Così non possiamo che salutare con entusiasmo l’apertura di Andrea Festa Fine Art, la home gallery del giovane collezionista Andrea Festa, che ha aperto i battenti il primo novembre con la mostra collettiva “Softer Softest”, curata da Domenico De Chirico. Ospitata in un elegante appartamento in Lungotevere degli Altoviti 1, affacciato su Castel Sant’Angelo, e arredata con mobili di design sobri e raffinati, la home gallery è uno spazio accogliente, dove sono allestite con cura le opere di sei artisti internazionali, ancora poco conosciuti in Italia ma di notevole interesse.
«In Softer Softest la divisione fra soggetto e oggetto si modula secondo la temporalità – scrive il curatore – nella quale la memoria, intesa come durata, rinvia a un’autonomia dello spirito, il quale a sua volta agisce di riflesso sul corpo sotto forma di movimento. Ecco che ogni opera espone un’eco visivo, un accenno di mondo non sempre tangibile ma piuttosto complesso groviglio delle intenzioni e dei ricordi di questo divenire». Una mostra che indaga principalmente l’evoluzione della pittura contemporanea, attraverso una riflessione sulle coordinate di una rappresentazione frammentata e ibridata, che procede per evocazioni e frattali più che per forme e immagini compiute.
Tra i percorsi più interessanti, figura l’artista cinese Yang Xu (1996), che proietta la propria ricerca pittorica in un territorio fiabesco, dove l’identità femminile si confronta con uno scenario barocco che l’artista può ridurre anche alle dimensioni di una polaroid. Intrigante anche la pittura dai risvolti allegorici dell’americano Paul Heyer (1982), eseguita con una miscela di colori acrilici e ad olio, per ottenere immagini dalle cromie fluide e brillanti, quasi incandescenti.
Il tedesco Maximilian Kirmse (1986) «raffigura un universo urbano da cartone animato, talvolta provocatorio, attraverso una tecnica pittorica che ricorda il puntinismo», sottolinea De Chirico. Assai seducente la ricerca dell’inglese Grace Woodcock (1993), che realizza oggetti a parete strutturati come architetture di materiali diversi, che evocano sensazioni di morbidezza quasi erotiche, invitando lo spettatore a toccarle per saggiarne la superfice.
L’artista più interessante di “Softer Softest” è il canadese Yeni Mao (1971), che ha messo a punto una pratica scultorea basata sull’accostamento di materiali diversi, che creano inattesi contrappunti e sofisticate armonie. «Mao sfida la percezione del materiale, della forma e dell’immagine in un contesto culturale labile e mutevole facendo costantemente riferimento a ciò che lo circonda», scrive De Chirico, insistendo sugli accenti modernisti del suo lavoro, che strizza l’occhio anche alla produzione vernacolare e ad un artigianato colto e consapevole.
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