Il tuo lavoro gravita attorno alla manipolazione e allo sfasamento percettivo. In che modo hai iniziato?
Spinta da una continua tensione che mi porta a cercare, attraverso la suggestione data dallo sfalsamento dei dati reali, delle vie d’uscita dalla realtà. Un tentativo di andare oltre a ciò che si vede per indagare l’essenza di quello spazio, di quel movimento, di quell’oggetto.
Sin dagli esordi, la tua ricerca fotografia si è sempre avvalsa di una forte componente installativa, nel senso, che non ti sei mai accontentata del supporto bidimensionale da appendere semplicemente alla parete. Viene da sé, che ad un tratto hai deciso di esorbitare
Tutto rientra in una visione allargata, consequenziale e quindi (per me) naturale dell’opera all’interno della realtà.
Il video e la fotografia sono come dei filtri attraverso i quali io passo, senza mai fermarmi, utilizzandoli in maniera trasversale a seconda del tempo e dello spazio. Proprio queste coordinate mi permettono di volta in volta di pensare a lavori site specific.
M’incuriosisce l’uso che fai della luce. Diventa nelle tue mani una specie di ‘scalpello’ che plasma lo spazio. Insomma, sembra quasi che dalla luce catturata dai tuoi scatti fotografici sei passata alla costruzione diretta di set…
La ricerca di emozioni porta sempre ad un andare oltre, io uso la suggestione della luce come componente essenziale: la luce, con la sua impalpabile presenza cambia l’atmosfera di un qualsiasi luogo.
Come una semplice luce cambia l’atmosfera di un luogo, così una tenda cambia totalmente il nostro rapporto con la realtà, ci sposta attraverso la stimolazione di più sensi contemporaneamente in una posizione che non è la nostra; I Feel Cut-Off – il progetto allo Spazio Toast – mirava proprio a questo. Inserendosi in un
contesto sociale, come Via del Moro a Firenze, frequentata da persone di razza e cultura diverse, avveniva proprio sul ciglio della strada uno spostamento spazio-temporale, socio-culturale, percettivo-sensoriale, intimo-relazionale. L’installazione That looks like itself and nothing else, presentata negli spazi della Galleria T293 di Napoli, è nata pochi giorni prima della mostra, dopo essere stata suggestionata da un pozzo interno allo spazio. Il titolo rimanda, invece, ad una frase trovata in un luogo e legato, simbolicamente, a piccoli frammenti di specchi, ad un continuo alternarsi di luce e buio, tale da instillare il dubbio sull’esistenza di quello che era scritto: esisteva davvero o era solo un riflesso?
Prossimo impegno sarà la mia partecipazione al Corso Superiore di arte visiva A.Ratti con G.Paolini come visiting professor: tre settimane molto stimolanti che termineranno con una mostra di fine corso nella chiesa di San Francesco a Como.
Bio
Marina Fulgeri è nata a Bologna nel 1978. Tra le mostre più importanti segnaliamo la personale I feel cut off, Toast Biagiotti Progetto Arte, Firenze (a cura di L. Culpan), 2002 e le collettive Oltre il giardino, Parco di Rimini, Rimini (a cura di R. Daolio e F. Mezner), 10, Galleria T293, Napoli (a cura di M. Altavilla e D. Lotta), Faces and Places, Galleria Biagiotti, Firenze (svolte nel 2002); Accademia in Stazione, Stazione F.S., Bologna 2001, (a cura di R. Daolio, M. Romano) e Emporio, Care/of – Viafarini, Milano (a cura di G. Molinari), Trends Bologna, Salara, Bologna (a cura di S. Grandi e G. Molinari), entrambe del 2000.
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a me non sembrano molto dei giri di parole. leggile con attenzione. ciao
complimenti per le domande: intelligenti ed informative!peccato che le risposte sembrano dei giri di parole!
proprio perche' ho letto attentamente ho commentato in questo modo.e poi non puo'dire qualcosa'a parole sue'? ciao
Io dico una cosa sola: stavo ad ARTE ALL'ARTE e ho visto una niente male, ma niente niente niente male, e ho chiesto in giro chi era e mi hanno detto che era Marina Fulgeri: FIGA!
Mi dispiace per Estenator, che come al solito cade nello squallido commento maschilista: pensavo sinceramente che certe posizioni, almeno nell'arte fossero superate.
Condivido il commento di Cinzia: non conosco l'arte di Marina Fulgeri e dall'intervista continuo a non capire cosa effettivamente faccia. Si, parole che cercano di illustrarla, ma non dicono altro. Ho cercato supporto nelle immagini, ma anch'esse sono di poco aiuto.
Se viene sprecato del fiato per un lavoro come quello della fulgeri, siamo davvero alla frutta. Consigli al giornalista che la intervisterà la prossima volta: Dimmi Marina, chi ti sei dovuta intortare con più insistenza?
Pensi a volte anche a lavorare o impieghi tutte le tue energie per entrare nella manica di qualcuno?
Cosa faresti se un giorno agli artisti come te proibissero di fare arte? Noi faremmo una festa!.
mah, mi credevo io un cretino a non capire i lavori di marina fulgeri, poi invece scopro che anche altri non li comprendono...
se un giorno fosse davvero proibito di lavorare ad artisti come la fulgeri( se artista per la fulgeri è un termine valido...ho dei dubbi...) ...beh vorrei festeggiare anche io, in proposito lascio la mia mail.
continuo a pensare che l'arte debbe essere qualcosa che ti entra dentro e ti scuota, che possa cambiare, arricchire l'animo.
mi rendo conto...forse chiedo troppo a una generazione di artisti come la fulgeri e company.
ps complimenti per il termine "intortare"